Già era alcun anno ch'egli era fuggito di Padova con Valenzia. Siccome allora viveva ancora Bernabò, e d'aggiunta a' cinque suoi figli aveva già assegnato il governo dei distretti che tra loro aveva divisi, senza toccar Milano s'era ritirato in una sua terricciuola che aveva sul lago d'Orta, perchè appartenendo que' luoghi al Conte di Virtù, non poteva temere che Valenzia venisse per nessun modo ad essere riconosciuta nè molestata dal figlio di Bernabò. La lunga dimora ch'egli dovette fare colà, l'assoluta solitudine nella quale aveva dovuto vivere, quantunque insieme alla sua Valenzia non dovesse avere altri desiderii, la profonda malinconia di che essa fu assalita appena che passarono i primi giorni dell'effervescenza della passione, gli avevano per tal guisa fatta noiosa quella dimora che appena gli giunse a notizia la cattura di Bernabò, risolse insieme a Valenzia venirsene a Milano, Qui giunto, s'accorse che non era per essi luogo migliore, dachè per la continua affluenza de' gentiluomini che seguitavano l'ambasceria veneziana, Valenzia correva troppo pericolo di essere alla fine riconosciuta, a meno che non si fosse risoluta a chiudersi nelle sue stanze per non uscirne mai più. Veduto che assolutamente non potevano acconciarsi a quel nuovo tenore di vita, mosso dalle preghiere di Valenzia, che temeva per la vita del padre suo, e però desiderava star celata agli occhi di tutti, pensò ritornarsene ancora a quelle sue terre.

Per caso, essendo di quel tempo capitato a Milano un gran principe, al quale volle il Conte di Virtù mostrare tutta la magnificenza della propria corte; il nostro Alberigo ebbe espresso ordine d'intervenire ad una delle feste che all'ospite suo offeriva il Visconti, il quale, maravigliato dell'ingegno di Alberigo, volle ad ogni conto che il giovane venisse ad alloggiare nel palazzo ducale; di qui non era via d'uscire, e quando ogni cosa era già disposta per la partenza, il Fossano dovette a mal suo grado accogliere quel partito e rimanersi. Si oppose bensì Valenzia per un pezzo a questa determinazione, pregando Alberigo che, senza più, mettesse innanzi dei validi pretesti ad ottenere licenza; ma il Fossano non seppe farla contenta, e soltanto la provvide di un alloggio fuori del palazzo ducale, per tenerla, più che fosse possibile, celata altrui. Parecchi mesi passarono senza che avvenisse cosa che meritasse venir notata; ma una sera mentre il Fossano e Valenzia passeggiavano per una delle contrade di Milano, due gentiluomini fermatisi a guardare Valenzia, che era di una bellezza straordinaria, pronunciarono queste formate parole:—L'hai tu veduta?—Sì l'ho veduta;—parole che in fondo non volevano dir nulla, e che soltanto potevano significare la meraviglia di che que' due gentiluomini erano stati presi alla vista di quella non comune bellezza. Ma tanto bastò perchè Valenzia, che benissimo udì quelle parole, s'intestasse di essere stata riconosciuta, e però detto ad Alberigo che a lei non conveniva per nessun modo il rimanere ancora in Milano, tanto fece che quella notte medesima si partirono per la riviera d'Orta. Colà fermatosi per qualche giorno anche il Fossano, alla fine gli convenne tornare a Milano dove era aspettato dal Conte di Virtù, e Valenzia tutta sola, se tu ne tolga la compagnia di una fante e di due servi, a cui Alberigo raccomandolla caldamente, si rimase a vivere i suoi dì, recandosi spesso nella chiesa di San Giulio a pregar Dio per Alberigo, per Candiano e per sè.

Se quando fuggirono di Padova alcuno avesse loro profetato i dì venturi, certo che, senza aspettar altro, que' due giovani si sarebbero divisi per sempre, e Valenzia, qualora le fosse stato possibile, sarebbe ritornata con suo padre a Venezia. Il lettore che forse si aspettava di assistere alla più intensa felicità di que' due giovani, così miracolosamente uniti, non si rimanga troppo sorpreso all'udire che, dopo un anno d'intervallo, una tristezza noiosa e senza pari fu il frutto ch'ebbero raccolto da quella loro passione.

Valenzia era pur sempre piena del pensiero del suo Alberigo ma quella sua vita claustrale, il silenzio non mai interrotto delle eterne ore del giorno, quel non so quale sgomento di un avvenire incerto e sventurato che l'assaliva di tratto in tratto, la lontananza del padre suo, che le si era più e più fatto caro appunto per la disperazione di poterlo rivedere; in una parola una ragione di vita così opposta a quella che aveva vissuto nella brillante e romorosa Venezia, dove non era stanza per quanto segreta e interna, nella quale non pervenisse un'onda di frastuono ad indicare l'esistenza e l'operosità di tante migliaia d'uomini, aveva per tal modo cambiata la direzione delle sue idee, per tal modo sconcertata la sua sensibilità, che il più delle volte senza sapere il perchè, piangeva per delle ore parecchie, e pregava, ed errava di pensiero in pensiero, ma pur troppo senza mai trovar pace.

Ad Alberigo poi in tutto quel tempo che visse lontano da Valenzia, si era assai freddato quel primo amore. Quella malinconia assidua della quale aveva visto esser presa Valenzia, quel suo facile acconciarsi a vivere lontana da lui, gli parve fossero indizi ch'ei le fosse venuto a noia. Pensava tuttavia che la colpa era più propria che di lei, in quanto egli avrebbe dovuto rifiutarsi a vivere in corte, ed essere compagno indivisibile di chi lo aveva con tanto ardore amato una volta, allora fermava di presentarsi al duca, e prendere da lui licenza, e volare presso alla Valenzia per non spiccarsene mai più; e in quei lucidi intervalli lo prendeva una tenerezza spasimata di lei, se la figurava innanzi bella di tutte le più care doti che l'adornavano; si richiamava in mente il primo istante in cui l'avea veduta, le prime parole ch'eran corse tra loro, e provava un cotal rimorso considerando che il suo cuore oramai batteva troppo lentamente per lei. Ma tosto che dalla sua stanza usciva in publico, che nelle splendide feste del duca sentivasi fatto segno d'interminati applausi, e il suo occhio veniva abbagliato dalla lusinghiera e incomparabile beltà delle fanciulle lombarde, l'imagine della sua Valenzia gli si ritraeva in fondo in fondo della memoria, vicinissima a solversi in nulla, e allora perfino un pentimento lo assaliva……….

Chi mi legge, se male non mi appongo, è già dispettoso della delusa sua aspettazione, e in vece di questo Alberigo avrebbe voluto un tipo di eterna immarcescibile costanza, uno di quegli uomini che per mutar di vicende giammai non si mutano, e tanto più che pareva promettere di dover riuscire uno di costoro appunto. Ma pur troppo laddove è più d'ingegno e più di passione, dove l'anima è più procellosa, dove la fibra è più sensibile alle esterne sensazioni, queste colpevoli incostanze si verificano il più delle volte; e i lettori forse avvezzi a vedere ne' libri quegli invariabili ideali, non sapranno acconciarsi a tener dietro ai passi di un uomo di sì diversa natura. Ma appena si considera che il cuore umano è un labirinto in cui troppo facilmente smarrisce chi ne vuol tentare i recessi, che i caratteri degli uomini non possono essere sempre immutabili come le teste dei re sui nummi e sulle monete, che più c'è da imparare dove è più il vario, che la penosa lotta tra i desiderii e i doveri, che i tardi ma generosi pentimenti meritano pure di essere considerati d'appresso, se non altro per raccogliere larga messe di lezioni d'esperienza, è a sperare si vorrà tener dietro a ciascun passo del nostro Alberigo.

A raffreddare ancora più l'affetto ch'egli aveva per la sua Valenzia, a dare il crollo alla bilancia, un mese prima del momento in cui abbiam trovato il Fossano nella sua stanza solitaria, eragli intervenuto un caso inaspettato.

La contessa Giulia M….. di Milano che, appena uscita del monastero senza che punto venisse interrogato il cuor suo, era stata sposata al marchese T…, uomo sessagenario, non avendo essa tocchi neppure i diciott'anni, introdotta a corte, messa nel numero delle dame che facevano il corteggio di Caterina Visconti, aveva veduto e udito il nostro Alberigo. Il confronto tra lui ed il sessagenario marito, è troppo ragionevole che sia stato a danno dell'ultimo. Ma la giovinetta appassionata, inesperta e un cotal po' leggiera, di tanta forza si sentì presa del giovine cavaliere, che non potendo tenere in sè il segreto di quella sua passione, si lasciò condurre a palesarla ad un'amica sua, la quale non essendo donna che peccasse per soverchia rigidezza di pensamenti e di costumi, risolse far contenta la povera contessa Giulia, e vendicarsi del marchese T…. che certamente doveva averla offesa in qualche duro modo. Una sera, prima che cominciassero le feste, un paggetto di palazzo si reca alle stanze del cavaliere Alberigo, e le dà una lettera. Quella lettera non era sottoscritta da nessuno, ma diceva queste precise parole: «Stanotte alle due, nel gabinetto verde, siete aspettato.» L'Alberigo quantunque non sapesse che si pensare a quelle parole, tuttavia fu puntualissimo, e all'ora indicata si trovò nel gabinetto indicato. Egli vi si trovò solo, e stette aspettando per qualche tempo; alla fine ode lo stropiccio de' piedi e di una gonna: entra la bellissima contessa Giulia.

Ella non sapeva nulla della lettera, ma in quel gabinetto l'avea mandata l'amica sua dicendole esservi taluno che le voleva parlare. L'Alberigo alla di lei comparsa se ne sta fermo e tacito; ella s'arresta, e non osa dire una parola. Quella confusione però e il vivo rossore della bella contessa, misero in sospetto il giovane Fossano, che parlò il primo, e fatto animoso della lettera che interpretò alla vera foggia, le volse parole a cui l'appassionata e inesperta sposa rispose assai bene. Da quella notte cominciò la novella tresca che lo fece troppo alieno della povera sua Valenzia. Col continuare di quella pratica però s'accrebbe sempre più l'amaro della sua vita, perch'egli è certissimo che gli uomini non possono nè potranno mai gustare con pace sincera i frutti vietati.

Di quando in quando gli arrivavano lettere di Valenzia piene di una dolce ed amorosa mestizia, ma se pure lo facevano per un istante pentito del suo trascorso, non valevano a riaccendergli in cuore colla primitiva forza, il suo affetto per lei. La bontà poi, la generosità incomparabile di Candiano, che a lui aveva affidata con tanta sicurezza la propria figlia, lo colpivano di sì gran forza che non trovava modo a scusare la propria condotta.