Quella mattina, mentre se ne stava guardando il sorgere dell'alba, pensava appunto a queste cose, ed aveva l'anima così arrovesciata che mai non aveva provato un momento più pesante, più noioso, più molesto di quello in tutta la vita, e per quanto procurasse, dirò quasi, artificiosamente accrescere i meriti di Valenzia col figurarsela innanzi nella forma la più lusinghiera, non gli veniva già fatto il suo desiderio; si era come ottuso in lui, quasi per morbo, l'impeto de' suoi più generosi affetti…. e soltanto quando la sventura, l'ultima sventura lo incalzerà dappresso, quando gli eventi gli contenderanno di più avvicinarsi a Valenzia, allora, proprio allora che non sarà più in tempo, torneranno a sboccargli nel cuore con un impeto improvviso e senza pari; ma saranno tormentosi, ma saranno esacerbati dal rimorso. Di tal guisa troppo spesso i crudi destini raggirano l'uomo fra le ambagi di questa vita mortale.
A toglierlo da quella sua attonitaggine, gli entrò nella stanza un paggetto di corte ad avvisarlo che la cavalcatura era pronta, e che già tutto il corteggio era abbasso per accompagnare l'eccellentissimo Conte di Virtù in villeggiatura. Il Fossano, che più non si ricordava di questo, s'alzò di volo, si gettò il mantello sulle spalle, e copertosi il capo con una berretta di velluto riccio, discese lesto le scale in compagnia di quel paggio. Discese in quella, che anche il Conte di Virtù usciva del vestibolo, e da due scudieri gli veniva condotto innanzi il giannetto, sul quale tosto salì aiutato da due bellissimi paggi che gli tenevano la staffa.
In una magnifica paravereda, messa a velluto e ad oro, trovavasi l'eccellentissima Caterina sua moglie colla Violante Visconti, e in un momento il tutto fu all'ordine, e il corteo si mosse. Lo formavano ventiquattro cavalieri aurati fra' quali il Fossano, dodici dame al servigio di Caterina e della Violante, e trenta labarde comandate da un Dal Verme, fratello del gran capitano. Attraversata la città uscirono dal portello del castel di porta Giovia.
Ogni anno soleva il Conte di Virtù recarsi a villeggiare verso il mese di settembre, alla rocca d'Angera per indi recarsi a fare una visita a tutte le terre ch'egli aveva sul lago Maggiore. Anche questa volta il suo viaggio era diretto a quel paese, ed altre cause, assai più gravi che quella non è del dilettarsi, lo avevano spinto a recarvisi allora segnatamente.
Già da qualche tempo parlavasi d'una calata di Francesi in Italia, a ciò sobillati dai Fiorentini, che vedevano malvolontieri l'ambizione fortunata di Galeazzo, il quale, in pochi anni, aveva tanto disteso il suo dominio da far temere che presto l'Italia non sarebbe bastata intera alle sue mire. Il duca di Savoja, quantunque fosse strettissimo suo parente, pure temendo per sè, ed avvisato dalla sventura di altri piccoli sovrani, che furono sacrificati dal Visconti con un'astuzia e freddezza senza pari, s'era segretamente unito ai Fiorentini, ed aveva promesso lasciar libero il passaggio ai Francesi. A tener lontano il pericolo di un'invasione, ed a scemare nei suoi nemici le troppo agili speranze, Galeazzo aveva mandate sull'ultimo confine dei suoi possedimenti in Piemonte, gran parte delle sue truppe comandate dal celebre Dal Verme.
Ultimamente poi un uomo di Francia, che era stato al servigio del conte d'Armagnac, venuto segretamente a Milano, aveva fatto noto al Visconti, colla speranza di un grande compenso, che Carlo, il secondogenito di Bernabò, il quale dopo la morte paterna erasi rifugiato in Francia, ed aveva dato l'anello alla sorella del conte d'Armagnac che presto morì, partito di là aveva preceduto l'esercito francese, ed erasi già introdotto ne' di lui stati; però se ne guardasse, chè colui era pronto a tentare un partito disperato. Dopo qualche tempo ebbe notizia dal suo castellano di Arona che una notte, una barca di alabardieri, la quale scorreva pel lago alla visita dei posti, inseguita per un pezzo una barchetta, che alla lor vista s'era data a rapidissima fuga, non avevan potuto raggiungerla; ma però per molti indizi avevan potuto capire trovarsi in quella persone d'altissimo affare. Per tutte queste cose aveva il Conte di Virtù fatti raddoppiare i presidii in tutte le rocche che aveva sul lago Maggiore e aveva stabilito recarsi egli medesimo ad Angera, col fine di allontanare coloro che per avventura si fossero rifugiati in que' paesi; in quanto poi alla propria sicurezza, teneva sempre intorno a sè dodici fidatissime labarde, che toglievano di speranza chiunque avesse voluto tentar su di lui qualche violento disegno.
Quando il Fossano sentì parlare di Carlo Visconti che segretamente erasi introdotto negli stati di Galeazzo, e da quella notizia del castellano si venne a congetturare potesse mai essersi celato in una di quelle terre del lago Maggiore, a tutta prima, come è ben naturale, quantunque fosse tutt'altro che d'animo vile, temette per sè e per Valenzia. Ma considerando poscia che egli non era conosciuto di persona dal figlio di Bernabò, il quale d'altra parte non sapeva i pericolosi suoi segreti, e risguardava Valenzia siccome morta, tosto mise l'animo in pace, nè vi pensò altro.
Mentre viaggiava però, tenendosi un po' discosto dagli altri, perchè non desiderava, triste com'era, di venire importunato da inutili parole, venne così per caso ad incontrarsi in quel pensiero, e tra per aver l'animo già troppo inclinato a credere il peggio, tra che in quella mattina, senza che sapesse comprenderne il perchè, Valenzia non le poteva uscire di mente, il timore che alcuni dì prima aveva scacciato come una pazzia, lo invase di tal maniera che tenne per certo il figlio di Bernabò fosse appositamente venuto in Italia per Valenzia. L'affetto antico che un'ora prima inutilmente erasi sforzato a risuscitarsi in cuore per lei; al pensiero di quella terribile sventura gli risorse improvviso, e di tanta forza che già traevasi a maledire il suo signore, per accompagnare il quale egli doveva viaggiare con tanta lentezza, egli che in quel momento avrebbe voluto trovarsi già nella sua casa ad Orta, ed assicurarsi del vero. Ma quegli impeti sbollirono presto, e appena una più fredda considerazione tornò a mostrargli che il suo timore era pazzia, appena che il sole erompendo improvviso da quella zona di nubi che avea resa un po' fosca la mattina, rallegrò la faccia della terra, e per un fenomeno quanto vero altrettanto incomprensibile, rallegrò anche i pensieri dell'uomo; appena che la contessa Giulia, che faceva parte del corteo del duca, gli si avvicinò dicendogli parole piene d'amore e di lusinghe, e abbagliandolo colla sua bellezza, che in quella mattina sfolgoreggiava più dell'usato, tutti i tristi pensieri svanirono, e con loro pur troppo si dileguò la pallida figura di Valenzia.
Giunti che furono a Legnano, tutti alloggiarono nel palazzo dell'arcivescovo Ottone Visconti.
È inutile che noi descriviamo a minuto tutto il viaggio fatto dall'eccellentissimo Conte di Virtù col suo corteggio. Ci basterà il dire che v'impiegarono tre giorni interi fermandosi lungo il cammino in tutte le castella presso cui passavano.