All'alba del terzo dì arrivarono a Sesto; da quel paesello ad Angera avrebbero potuto avviarsi per terra, ma per essere le strade incolte, deserte, disagiate, tali insomma da rendere a più doppi lungo e noioso il viaggio, vollero in vece prender la via del lago. A quest'uopo in un seno entro terra, stavano colà rafferme dieci barche fatte allestire il dì prima dal maggiordomo ducale. Come tutta la gente del duca si fu in esse raccolta, si volsero le prore alla volta d'Angera. Veleggiando quasi terra terra avveniva che quando passavano innanzi ad alcun paesello sparso per la riviera, i villeggiani accorrevano a vedere il magnifico corteggio, e battevano palma a palma accorgendosi ch'era quello del Conte di Virtù. La barca ove questi trovavasi insieme a Caterina Visconti sua moglie, portava un baldacchino di velluto rosso e frange d'oro; i sedili erano coperti di cuscini di seta d'oro e d'argento, e alcuni drappi di peregrina stoffa e stupendo lavoro, gettati intorno intorno sull'orlo della barca a coprire la rozzezza del legno, lasciavano cadere i lembi dorati che s'immergevano nelle acque. Nelle altre barche messe con minor magnificenza risplendevano le ricchissime vesti, gli ornamenti d'ogni sorta delle dame e dei cavalieri. Il sole, sorto da qualche ora, mandava già alcuni fasci di raggi su quel tratto di lago che le barche percorrevano, e rifranto in mille modi brillava tremolando sulle gemme, sugli ori, sulle corazzine, sull'else; tutti quelli oggetti poi che al guardo apparivano l'uno dall'altro così distinti, riprodotti capovolti nel lago, si venivano a confondere insieme rendendo stranissime forme, e sempre varie per l'agitarsi continuo delle acque, ed a produrre una tal mistione di colori che nessuna tavolozza di pittore saprebbe rendere degnamente. La bella apparenza del tempo, la calma serena dell'ora, la ridente prospettiva della fertilissima riviera, aveva messa tanta alacrità e vivezza negli animi, che di barca in barca volavano lepide parole, e frizzi, e risa, e gentilezze d'ogni sorta, e un romorio, un cicaleccio incessante rompeva la quiete del lago. Soltanto nella barca ove trovavasi Galeazzo e Caterina Visconti, la calma era inalterabile.
Appoggiato così a sdraio su d'un cuscino, il Conte di Virtù pensava, e ripensava a' propri dominii, al modo d'estenderli sempre più, agli ostacoli che si frapponevano, alle vittime che avrebbe dovuto sagrificare, e, conseguenza finale di tutto, alla corona di re, desiderio e tormento assiduo di quell'ambizioso principe. E allora mentre pensava che Bernabò era morto, che il durissirno degli ostacoli era tolto, volgevasi a guardar di sott'occhio Caterina, che forse incontratasi essa pure in quel momento nella ricordanza orribile della morte paterna, posava gli sguardi su lui con un fremito ascoso. Così, senza mai volgersi una parola, in poche ore giunsero ad Angera.
Nella parte più alta di questo contado, ergesi ancora la rocca dove allora entrò il duca Galeazzo. In una grandissima sala abbandonata, ancora si vedono pregevoli dipinti che rappresentano le gesta dell'arcivescovo Ottone Visconti, e che allora erano di poco tempo stati eseguiti per ordine del medesimo Conte di Virtù. In un brolo di quella rocca, le molti iscrizioni che vi si vedono, tra le quali segnatamente quella di C. Metilio Marcellino, ci attestano l'antichità di quel paese, intorno al quale alcuni dottissimi uomini, forniti di una imaginazione veramente prodigiosa, raccontano cose che forse saranno vere, ma che per noi sono incredibili, basti il dire che un certo Anglo, nipote del pio Enea, la edificò e la volle dedicata ad Angerona, la quale è nientemeno che la dea del silenzio.
E se in quel dì le campane della chiesa di San Pietro e Paolo, non avessero suonato a festeggiare l'arrivo del duca, e a loro non avessero risposto con pari lena le campane degli altri innumerevoli paeselli sparsi su pel lago; la dea Angerona non avrebbe avuto a muovere un lamento.
Ma per tutto quel giorno in vece fu uno scampanare così continuo e così disteso, che a molte miglia di lontananza si venne a sapere che l'eccellentissimo duca era arrivato.
E si accorse anche colui che più di tutti aveva interesse a quell'arrivo.
V
CARLO VISCONTI.
Il sole era già scomparso dalle cime de' monti che circondano Vall'Intrasca. I valleggiani s'erano già ritirati ne' loro abitacoli, e al tacere di una campana che suonava a brevi intervalli, e si faceva ripetere dall'eco delle montagne, era un silenzio profondo, universale. Sulla riva del fiume San Giovanni, solitaria e pressochè interamente nascosa da tre grossi castagni, sorgeva una capannaccia piuttosto ampia; nessun segno dava indizio che vi abitasse persona; e infatti quando la notte fu del tutto buia, due uomini si fermarono innanzi ad essa, e data una forte spinta ad una portaccia che subito cesse, misero il piede in quel luogo deserto. Entrati, un di loro accese l'esca, diè fuoco a delle stoppie che stavano accatastate su d'una pietra nel mezzo della stanza, e in breve crepitò la fiamma a rischiarare le faccie dei due, che il lettore non ancora conosce. Erano essi Carlo Visconti, figlio di Bernabò, e un avventuriero savoiardo. Nessuno però avrebbe potuto conoscere l'esser loro, travestiti come erano, e se il medesimo Galeazzo fosse stato introdotto a vedere il suo cugino, forse non l'avrebbe ravvisato, tanto era diverso da quel d'una volta. Dopo due anni di sventure, di patimenti, di speranze, di continua incertezza, d'odii a stento repressi, d'ingiurie invendicate, di livore e d'invidia per tutti coloro ch'erano più felici di lui, e tutto il mondo poteva esserlo (che l'altezza della sua caduta nessuno l'aveva misurata); colle sue idee che avevano al tutto cambiato direzione, anche il suo volto aveva cangiata espressione; ferocia e fermezza non erano però ancora venute meno in quelle sue robustissime membra. Vestito anch'esso come il suo compagno da montanaro savoiardo, aveva brache di pelle strette alla carne con scarpe grosse, indossava un gabbano pure di pelle con cappuccio che gli copriva la testa. Veduto alla luce di quella fiamma che gli riverberava con molta forza sul viso ad accrescere il terribile della sua pupilla e ad indorare la tinta della sua pelle con certe ombre che gli alteravano notabilmente le linee della faccia, mostrava avere quarant'anni e più, quando non ne contava che trenta.
Stati per qualche tempo senza proferir parola nè l'uno nè l'altro, alla fine entrò a dire il Savoiardo: