«Ma pensate d'andarvene così solo? a quest'ora? Aspettate che venga anch'io.»
«No, tu hai da star qui… piuttosto chiamami qualchedun'altro.»
Venne un altro servo, saltò esso pure nella barca, e si partirono. La condizione dell'animo e della mente di Fossano, era quella che è più prossima alla pazzia.
La sventura inaspettata che lo colpì allora, appunto che l'animo suo era inclinato alle più belle speranze ed alla gioia; l'incertezza insopportabile in cui si trovava a tal che non sapeva nemmeno che partito prendere in quella sua dolorosa situazione; l'amore per la sua Valenzia che gli sboccò nel cuore con un impeto procelloso che non gli lasciava requie, ed a rendere più insopportabili tutte codeste punte, uno sgomento ineffabile di una sventura inaudita: Candiano e Valenzia accusati al tribunale dei Dieci, tutto valse a produrre in lui una così violenta confusione d'idee da non saper più dove ei si trovasse veramente, e sulla prora della barchetta seduto, colla pupilla aperta e come intenta al gioco che faceva l'acqua nel frangersi, mostrava quell'attonita tranquillità che tanto muove a compassione.
VIII
IL DOGE
Quindici giorni dopo, la campana grossa di San Marco in Venezia batteva tocchi gravi e frequenti, che spandevano un suon lugubre per gran tratto all'intorno. Innanzi al palazzo ducale se ne stava stivata un'immensa moltitudine di popolo. Era un parlare sommesso, un bisbiglio, un susurro incessante, un domandare, un rispondere continuo. Il doge, vecchio novantenne, aveva il dì innanzi resa l'anima a Dio, e di questo avvenimento era piena in quel dì tutta Venezia.
Un secolo prima dell'anno in cui ci troviamo con questa storia, la salma mortale del doge sarebbe già stata trasferita nella chiesetta di San Giovanni e Paolo senza apparato di sorta, e il popolo veneziano in vece di starsene colà innanzi al palazzo e sparso sulla gran piazza di San Marco a discorrere dell'evento, a raccontare i fasti dell'illustre trapassato, a pensare chi mai sarebbe stato il suo successore, sarebbe in vece entrato tumultuante nel palazzo ducale, ed avrebbe messo a sacco ed a ruba tutte le suppellettili del doge defunto, facendo schiamazzi e gettando altissime grida quasi si fosse trattato di una publica baldoria. Così aveva voluto la barbara rozzezza dei tempi; ma forse alla morte di qualche doge che assai avesse meritato della patria col mettere la propria vita alla sua difesa, la moltitudine percossa dalla sventura, intenerita per la gratitudine, rispettosa alla virtù del trapassato, di sua spontanea volontà avrà derogato a quel barbaro costume. Così il doge fu da quell'ora considerato alla sua morte pari almeno a tutti gli altri uomini, e si pensarono a rendere anche a lui quegli onori dovuti a chi non è più. Man mano poi si pensò a rendergli tributi pari alla sua dignità, e in ragione che questa, col volgere del tempo, venne sempre più acquistando di splendore, anche la funzione dei funerali del doge aggiunse una magnificenza grado grado sempre più sfarzosa.
A' tempi a cui si riferiscono queste pagine, allorchè si annunzìava la morte del doge, venivano chiusi i tribunali e le giudicature, e temporariamente il governo della città passava nelle mani della quarantia criminale, e così erasi fatto in quel dì. Innanzi alla porta del palazzo ducale stavano a far guardia quattro arsenalotti, i quali di quando in quando lasciavano libero l'accesso ad un gruppo di persone a cui era permesso d'entrare negli appartamenti ducali a vedere la salma del doge, che vestito con tutti gli abiti della sua dignità, e col corno ducale in capo, stava esposto nella sala detta dello scudo, sopra un letto di parata. Poco mancando all'ora di vespro, entrarono in quella sala molti arsenalotti con torcie accese, e quando scoccarono le ventiquattro trasportarono il doge nella sala del publico, detta volgarmente del piovego; e lo deposero sovra di un gran catafalco. Per lo spazio di tre giorni doveva restare esposto colà, e due nobili in veste rossa e i canonici di San Marco, vi dovevano assistere fino al quarto dì nel quale si ordinava la sepoltura.
Se la sovranità del doge di Venezia non fosse stata elettiva, ma di successione, la morte di lui non avrebbe causato ne! popolo quella specie di tumultuosa incertezza che doveva nascere fra i cittadini, pensando a chi mai sarebbe stato il successore del doge. Ma appena in vece che si propalò la morte di lui, per non essere possibile verun'altra scossa essendo stato colui null'altro che un buon vecchio, dal quale Venezia non aveva raccolto nè troppo bene, nè troppo male, la prima parola che corse fra tutti i ceti fu:—Chi sarà ora il doge?….—e fra i senatori, e fra i membri del gran consiglio specialmente.