Verso la metà del mese d'ottobre, intorno alle ore di sera, una piccola barca entrava nella veneta laguna. Era il cielo tutto bigio, eran le acque di un color cupo, e tirava un vento di tramontana così forte, che già pareva fosse inverno. Tutto avvolto in un mantello stavasi il nostro Alberigo seduto in quello schifo dalla parte di poppa; entrava in quella città, dalla quale, quattr'anni prima, erane uscito giurando non vi sarebbe tornato mai più. Era l'istess'ora, lo stesso canale, gli stessi edificii che lo circondavano, ed il cuor suo era pure in gran tempesta come allora. Quel continuo stato d'incertezza, di ansia, di crepacuore che da un mese il tormentava, gli traspariva intero nel volto d'una pallidezza mortale e così affilato, che pareva gli fosse entrato nelle vene un morbo di maligna natura.
Man mano che avanzavasi nella laguna, gli si accresceva l'affanno, gli si accresceva quel caldo febbrile che di solito si apprende a chi è travagliato dalla dubbiezza dell'evento.
Quattro anni prima usciva di là sbalordito dall'enormità della sua disgrazia, se ne usciva senza più una speranza, ma tuttavia godeva di quella tranquillità che dà l'attonitaggine e la sicurezza di non avere più nulla in questo mondo; però in que' momenti aveva pensato non esservi più sventure contro le quali potesse spezzarsi l'animo suo, e quasi si rideva del mondo e degli uomini che non avevano più armi per ferir lui. Questi confusi pensieri, che, trascorso quell'istante, non gli erano mai più tornati in mente, lo assalirono di tutta la forza adesso che ritornava in que' luoghi.
Ad uno ad uno rammentava i tormenti assaporati in quel punto con una certa voluttà misteriosa, se non che, sentendo le dure ed acute fitte dell'angoscia presente, vedeva che quelli non erano stati che fiori in confronto:—pur troppo era così. Allora gli tornava in mente le parole di Candiano,—Padova, il monastero di Santa Francesca, dove era viva, ancor viva, quella che aveva pianto come morta…. e innanzi innanzi, di fatto in fatto, ricordava l'isola di San Giulio, i suoi trascorsi, quel pianto, quella soave reintegrazione d'amore, e la notte che venne dopo, e……. Qui sentiva più e più crescersi il caldo, qui l'opprimeva l'affanno quasi gli fosse posto un enorme peso sul cuore, e una grossa goccia di pianto, che un pezzo gli era tremolata nell'occhio senza che pur egli se ne accorgesse, gli sgorgava improvvisamente, gli cadeva sulla guancia, ed egli ne sentiva la riga infuocata.
Il motivo per cui il Fossano se ne tornava a Venezia, era quello di recarsi da Candiano per vedere se colui avesse, per avventura, alcuna notizia di Valenzia. Ma quand'anche in fondo del cuore potesse nutrire un'ombra di speranza, che quando la mente vaga di dubbio in dubbio, a proprio conforto, si sforza a mettere per probabile anche ciò che è impossibile al tutto; pensi il lettore con che animo doveva presentarsi innanzi a Candiano, a domandargli conto di colei che con tanta generosità era stata affidata interamente all'amor suo, alle sue cure. Ma di questo terribile momento, per quanto pensasse, non vi essendo via d'uscire, volle affrontarlo tosto, e così, senza attender altro, si volse difilato al palazzo di Candiano. Quando però mise il piede su quegli scaglioni, un no imperioso si attraversò d'improvviso a tutt'i suoi pensieri, e fu per tornare addietro e non farne altro; ma per sua sventura un servo dell'ammiraglio, che usciva in quella del palazzo, riconosciutolo lo invitò ad entrare, e a lui non fu più possibile ritrarsi.
«Saprà bene, messere, la gran novità di che oggi si parla per tutta
Venezia.»
Il Fossano, a queste parole, pensando che forse si riferivano ad un avvenimento che il potesse toccar da vicino, si sentì tutto rimescolare, e rispose:
«Che novità?»
«La novità che oggi in senato si votò per l'elezione del doge.»
«Del doge? È morto l'Orseolo?»