—Io no, capitano, nissuna nuova. So che un forte esercito si raccoglieva a Firenze per fargli contro.
—Questo già m'era noto. Ma!—sopr'a pensiero soggiunse—pure a quest'ora doveva giungere un messo.—E ancora si fecero poche altre parole; quando un suo scudiero entra nella tenda e gli presenta le lettere della Signoria di Firenze, arrivate in quel punto. Ed ei dischiusele in fretta e percorsele appena....—Oh! ecco; udiamo, udiamo! È il potestà che mi scrive. E sì!... mi parla del cardinale: quel ch'io voleva!—leggiamo.—
«Voi sapete come il nostro esercito, cavalli e fanti, tenessero la via di Siena con molto sospetto. Infine entrarono in quel d'Arezzo, dove disfecero molte fortezze degli Ubertini. [pg!190] Al piano non discesero perchè i passi potevan esser loro contesi. Il cardinale era sì forte di gente da sopraffarci: ma intanto battaglia non vi prese. E sì che i Ghibellini tanto superiori di numero vel confortavano! Ed egli invece inaspettatamente li congedò! Ma guai a chi esce fuori dell'arte sua! La porpora cardinalizia non gli bastò, questa volta, a cacciargli da dosso il timor panico e la paura. A' nostri non parve vero, e si ritirarono. Un altro ammonimento per tal modo gli abbiamo dato: presso a poco come lo demmo, se vi ricorda, al cardinal da Prato: il quale poi, come lui ebbe il gran coraggio di lanciare a Firenze l'interdetto e tornarsene in Francia! Voi vedete con ciò una nuova sconfitta de' Bianchi. Importa adesso che presto si finisca con cotesto rimasuglio di Piteccio. La Signoria vi ci esorta, e confida nel vostro valore.»
E finita la lettera, e voltosi al Carratella gli disse:
—E io per questo confido in voi, ser capitano! O avrò subito uomini e armi, o protestando lascerò l'impresa, e a voi di riferirne il perchè!
—A me?—maravigliato il Carratella, e vedutosi compromesso.—Ma io farò ogni possibile!.... e da me certo non dipenderà se la Signoria non vedrà presto compiuti i suoi voti che son pure i nostri. Per questo appunto, vedete, sollecito il mio ritorno a Pistoia.—E l'altro:
—Capitano, voi sapete il compito vostro; ci siamo intesi!
Questo dialogo si passava nella tenda maggiore del campo de' Neri sotto il Castel di Piteccio, fra messer Ranieri Buondelmonti fiorentino, allora potestà di Pistoia e a un tempo capitano di guerra per assediare il castello, e ser Lippo Carratella lucchese, capitano del popolo di Pistoia: perchè il suo territorio a ponente con la montagna era toccato ai Lucchesi. Il Buondelmonti, risoluto guerriero, sdegnava le mezze misure, e avrebbe voluto trarre a fine l'impresa speditamente. Ma, o che i militi che vi aveva condotti fossero stanchi dopo un sì lungo assedio come quel di Pistoia; o che il Carratella (non dedito ad altro che a far denari, come facevano tutti i nuovi ufficiali de' Neri) se ne fosse poco occupato, egli è certo che que' del castello, avuti rinforzi d'uomini audacissimi, e [pg!191] volendo prendersi le vendette, si erano spinti finora a scorrazzare ne' dintorni, per ogni strada, per ogni villaggio, e fino alla città, incettando bestiami e viveri, e uccidendo quanti lor s'opponessero.
La rappresaglia ogni giorno si facea più feroce. Compromesso ora il Carratella anche per la lettera del potestà di Firenze, spedì in breve con due buone brigate di lancieri li stromenti guerreschi. Ad imprender però un assedio regolare si opponeva molto la postura del luogo. Si trattava di una valle strettissima, tutta boschiva e selvata, e dominata dal lato di settentrione dal ben situato castello. Coi grossi trabucchi ottenuti si aveva un bel gittar pietre sopra le capanne vicine, e contro il castello: all'altezza cui esso poggiava non giungevano giammai; e in quella vece, a misura che gli assedianti vi si spingevano innanzi, eran saettati, feriti e morti non pochi dai frombolieri nemici. Lungo i ripari murati per le diverse cerchia del monte che avea forma di cono, come dai poggi che gli erano di fianco, potevano que' del castello avvicinarsi loro fino a certo punto senza timore. Sicchè era un molestarli continuo, e un impedire che salisser più sopra. Non dissimulavan però che, dopo i validi rinforzi ottenuti dai Neri, la condizione loro si faceva ogni giorno peggiore. Più rischioso e difficile l'incettar vettovaglie; e a lungo andare ben s'accorgevano che alle forze stragrandi non avrebber potuto resistere. Non volendo però rinnovare con troppo sacrifizio un'inutile ostinazione, il primo pensiero del Vergiolesi fu quel d'abbandonare il castello. Pensava che avrebbero avuto l'altro grandioso e più valido della Sambuca: che lassù importava di ripararsi, e lassù senza tema avrebber potuto sfidare il più terribil nemico. Confermato ogni dì più in questa idea, ne tenne proposito co' suoi capitani, che v'assentirono pienamente. Non rimaneva a tal fine che scegliere il tempo opportuno.
Era sugli ultimi di novembre, il giorno di Sant'Andrea, come narran le storie. Una fitta pioggia del dì antecedente aveva prodotto alla montagna un freddo umido e pungente, e sollevato per la pianura una nebbia foltissima, che già si estendeva su pe' fianchi delle prossime valli. Convenner tutti [pg!192] che la notte veniente sarebbe stata la più opportuna per lasciare il castello.