Dati dunque con gran segretezza gli ordini necessari, e tutto dai pochi consapevoli disposto e raccolto nella giornata, il Vergiolesi mandò agli steccati nel sen della valle, laggiù ai posti avanzati dov'eran le guardie degli assedianti, un drappello de' più animosi, ingiungendo loro si assicurassero delle scolte nemiche perchè non avessero a inoltrarsi e a dar l'allarme quando che s'accorgessero della loro partenza. Ma costoro, tra per la bramosia che avevano d'abbandonare quell'infausto luogo, e tra pe' rancori che covavan pe' Guelfi co' quali erano spesso alle prese, risolsero di sbrigarsene con la spada. La notte era quasi sul colmo. Ed eccoli che avvicinatisi alli steccati, dal profondo silenzio che regnava dovunque, possono accorgersi che que' militi, distesi sotto un gran capanno di paglia, a quell'ora già avvinazzati, profondamente se la dormivano. Vi si aprono allora una via, impugnano il ferro, e quasi a un tempo ferocemente li uccidono.

L'uscir dal castello era il primo passo, e com'è solito, il più difficile e il più periglioso. Ma sulla strada che avevano a fare non c'era da scegliere. Poco più sopra passava una via mulattiera che portava su in vetta dell'Appennino; e che, ora a tramontana, ora a maestro, aveva sempre una forte salita. In quella stagione e a quell'ora, molto difficile rimaneva anco a' più pratici di percorrerla senza grave rischio. S'aggirava quasi tutta sopra uno scrimolo di quei monti, che non avevan da un lato che sassicheti, rave, o scoscendimenti che si perdevano in profondi burroni. Era stretta più anche delle ordinarie, e spesso traversata da botri d'acqua, per le cascate superiori di qualche rio. Il buio poi, se da un lato li favoriva, dall'altro per l'andar loro faceva ostacolo ad ogni passo, e il diradarlo poteva essere di gran pericolo. Per lo che portavano alcuni a varie distanze lanterne cieche, che a qualche passo pericoloso dischiudevano per avere al bisogno un fioco raggio di luce; superato il quale, le richiudevano.

I primi dunque che uscirono (furono alcuni fanti ben armati) bisognò che fra quelle tenebre e quel nebbione andasser [pg!193] quasi con le mani e co' piedi per esplorar la via, e indicarla ciascuno a chi dietro veniva; finchè aiutati da certe guide non ebber raccapezzato il sentiero. Venivano poi alcuni della cavallata con alla testa il capitan messer Fredi: poi i muli carichi di salmerie, di attrezzi guerreschi, di grandi casse e di viveri quanti potevansi trasportare. Seguivano gli altri cavalieri e capitani: quindi il Vergiolesi, la sua Selvaggia e il capitan de Reali: necessariamente per quelle straducole a uno a uno; se non che il cavallo di Selvaggia, per ordine di messer Lippo era retto a mano da Guidotto, il suo fido e robusto scudiero. In ultimo altri militi a piedi e a cavallo e lancieri e frombolieri, il cui numero per afforzar la Sambuca si era molto accresciuto. Costoro, com'avevan avuto ordine, se ne andavano a drappelli a qualche distanza; in orecchie, e pronti sempre se il nemico desse pur pure un sentore di volerli inseguire. Così, in quel silenzio e fra quelle tenebre, il più piccol rumore, gli ultimi in ispecie, li faceva arrestare e l'insospettiva. Varcato finalmente il giogo della Castellina e giunti ai così detti Lagoni dove sorge l'Ombrone; avanzatisi ancora, dopo circa cinque miglia di difficile faticoso viaggio, eran già pervenuti sul primo crinale dell'Appennino.

Dal lato di mezzodì non v'era più omai da temere; però, prima di scendere nell'opposta vallata della Limentra, il Vergiolesi volle mandare esploratori lungo di essa per non trovarsi sorpreso nel basso di Spedaletto da altri nemici, che potevano essere i Bolognesi. Costretto ad attendere, fece far alto a tutte le schiere. Frattanto, gravemente preoccupato dai possibili eventi, rimanevasi immobile sul suo destriero.

Era sempre nel fitto della notte. Al capitano, per quanto di natura imperterrito, l'incertezza della via, e il sospetto di temuti pericoli, non già per sè e pe' suoi, ma per la diletta figliuola, avevano esaltato lo spirito fuor di modo. Le tenebre che, all'uomo che ha bisogno di luce, di per se stesse incuton terrore, e che talora il più animoso lo gittano in uno sgomento indicibile, crescevano in lui l'esaltazione. Su que' monti e in quell'ora, l'immagine di Catilina sorpreso da' suoi [pg!194] nemici gli balenò per la mente. E nell'accesa fantasia quello audace sovvertitore degli ordini repubblicani costituiti, e peggio anche, se si creda a Sallustio, gli parve di scorgerlo dinanzi a sè con un esercito di giganti: di pari animo forse che gli stessi suoi militi (sebbene con altri intenti) ma più disperati e agguerriti. Gli sembrò di vederli nuovamente lassù, proprio loro, dopo tanti secoli, traversarsegli innanzi a gran passi, inseguiti da Petreio che veniva di verso Roma, come gli altri da Fiesole; quel Petreio che qui press'a poco su quest'alture li aveva incontrati con le sue legioni romane, e conteso loro di scendere per le gole della Limentra per recarsi nella Gallia Cispadana a sollevare i popoli in lor favore. E come Petreio avesse dato di nuovo il segnale della battaglia, ecco mirar Catilina co' suoi due capitani, Manlio e Fiesolano, pugnare a spade con grand'animo, senza mai indietreggiare. Caduti perfine costoro, e Catilina rimasto con pochi, e soverchiato dal numero più che dal valore, gli parve proprio di vederlo lanciarsi furibondo com'un leone nel folto delle falangi nemiche, e combattendo perire! Così al Vergiolesi, vinto ei pure e ramingo, tormentava la mente quella impresa infelice! E nondimeno fra le crudeli incertezze del suo partito e del fine che si era proposto, pien di disdegno invidiò la fine di quel gran partigiano, del quale con pari coraggio avrebbe voluto sfidar la morte, ma con altri propositi, e con nemici più degni di lui.

Or mentre in mezzo al campo de' suoi che prendevano posa era assorto in questi pensieri, fu scosso e richiamato dal ritorno dei militi che già innanzi aveva spediti a investigare i luoghi e le vie della vallata di Limentra, dove ora dovevan discendere. E costoro con compiacenza gli riferirono, esser fatti certi che nessun timore doveasi aver di nemici da quella parte; le vie assai migliori nella discesa: e a piè della valle trovarsi un Ospizio da potervi far alto al sicuro, per poi riprendere in pieno giorno l'intrapreso viaggio. A queste novelle il suo spirito si ravvivò. Ripreso l'usato e previdente coraggio, comandò d'affrettarsi per quelle crine, e dietro i noti esploratori incominciar la discesa.

Spuntava omai l'alba del nuovo giorno. Dopo aver salito [pg!195] e salito fra selve e macchie folte, e' non par vero, qualunque ora che sia, di giunger sopra un'altura. Par che lassù, a quell'aria fina, e per lo più ventilata, il respiro si faccia più libero. Con gli occhi poi, se è giorno fatto, potendo spaziare sopra vasto orizzonte, sembra che anche la mente ti si riapra, e si rassicuri. Ma a costoro tanta fortuna non fu serbata! Giunti su quel crinale, l'aria era aperta sì, ma grave ed immobile. Non s'udiva lo stormir d'una fronda, un canto d'uccello, una voce vivente, nè campani o belati di greggi. Quella gran caravana già sul varco della collina, per quanto assiderata da una gelida brezza più sensibile sul mattino e sopra a quel vertice, si era arrestata. Tutti allora con gran desiderio si vollero avvicinare al balzo di mezzodì, prima che i nuovi monti ne chiudessero loro l'aspetto, per rivedere ancora una volta da quello sbocco la valle nativa, le mura e le torri della loro città, e per dar loro un estremo affettuoso saluto! Ma qual delusione! Quella vasta pianura, coperta da fitta nebbia fino al crinale de' poggi, parea come un mare che agita e rigonfia la sua superficie anco quando è tranquillo. Il cielo era plumbeo, nè dava pur pure speranza d'un raggio benigno che l'allegrasse: era anzi da oriente d'un chiarore sì fosco come quando è foriero d'un temporale. Nondimeno nissun vento il più lieve, per allora, dava segno di pioggia. Fu questo che fra tante vicende qualche poco li confortò. Sicchè, già fatto giorno e per vie migliori, o piuttosto più rischiarate, di più buon animo cominciarono la discesa.

A misura che andavano in basso, per un sentiero allora alla destra del fiume Limentra, angusto e precipitoso, e fra folte boscaglie onde era coperta quella vallata, si presentava a' loro occhi la sommità d'un'alta torre di stil bizantino, che sorgeva dal sen della valle; e a poco a poco il tetto d'una chiesuola e d'un annessovi casamento. Era questo uno spedaletto diretto da' monaci eremitani pe' pellegrini; di que' tanti che qua e là si trovavano allora per quel territorio. V'erano anche in quest'Appennino altri monaci, quelli della badia di Fontana Taona, cui, fino dal 1056, il conte Guido IV che dimorava in Pistoia, donò alcuni beni. E colassù abitarono [pg!196] in prima i Benedettini; poi, sino al fine del secolo XIV, i Vallombrosani. Nella pieve di Piteglio fu pure un convento di Templari fino dal 1182. Ma costoro, meno rari casi, non avevano per istituto l'ospizio dei pellegrini. Era di qui il maggior passaggio di questi fra Lombardia e Toscana. Sicchè a questo Spedaletto, appellato di San Bartolomeo sull'Alpi, erano addetti particolarmente dal 1200 alcuni di detti frati eremitani di S. Agostino. E il pietoso ufficio li richiamava fin anco nelle prime ore di notte a suonare una grossa campana posta su quella torre, per dar cenno agli smarriti in que' boschi che ivi era un asilo per essi. Chi discende questa valle lungo la bella via carreggiabile (adesso alla sinistra del fiume) aperta non son molti anni da Pistoia a Bologna, vede ancora quella torre in parte diruta, e l'antica chiesa con l'ospizio, ora parrocchia, che sempre si chiama lo Spedaletto.

Qui adunque non appena arrivarono, il rettore e il pellegriniere si fecer loro incontro, e, massime al capitan Vergiolesi, fu un offerirsi di que' buoni ospistalieri, chi a fare apprestare ai militi di gran fuochi nelle prossime case, e nei prati lì presso al fiume; chi a riporre cavalli di maggior riguardo dentro le stalle: nell'ospizio poi a disporre i viveri per ristorarli. Per la povera Selvaggia pensiamo quante cure si diedero i suoi perchè potesse riaversi dal rigore della stagione e dalla stanchezza, perchè non è a dire se avesse sofferto! Il suo estremo pallore già abbastanza lo rivelava. Ma per quanto di salute fosse scaduta oltremodo, e vi si aggiungesser disagi siccome questi, gravi a un guerriero, tanto più poi a una donna qual ella era di complessione sì delicata, il suo molto spirito le faceva tutto obliare. Ed era anzi lieta di poter dire a suo padre, sì premuroso per lei, che ella non soffriva, e che si sentiva in forze per seguitare il cammino. Tutti i militi indistintamente avevan già con premura chiesto nuove della nobile figlia del lor capitano, e si tenevano in pregio a vederla con tal coraggio divider con essi le fatiche e gli stenti, e la reputavano come la dama della lor cavalleria. Sicchè per quelli animi fieri, ma di affezioni potenti, fu un conforto anche questo. Pensiamo [pg!197] poi pel padre suo! Rassicurato così il Vergiolesi della cosa che or più gli premeva, dopo aver fatto alto allo Spedaletto per circa due ore, ordinò si riprendesse il viaggio, volendo giungere alla Sambuca di pieno giorno.

La via provinciale apertavi da pochi anni (1847) che movendo da Pistoia, tocca Porretta, ed è quasi piana fino a Bologna; prima lungo la Limentra, poi lungo il Reno, le cui acque traversa varie volte su bellissimi ponti; in allora oh! quanto diversa! Da S. Pellegrino ov'era un Cassero, o luogo fortificato, discendeva giù in basso per riprendere una forte salita, e ridiscender poi precipitosa sulla Limentra, fino al ponte a Taviano, risalire infine e giù di nuovo calare fino a Pavana e fino a Porretta; e sempre poi tra folte boscaglie!