Oltre a questa strada sì faticosa, poco dopo da che si eran mossi, ebber per giunta un'altra grave molestia, per una pioggia fredda e minuta che cominciò a sciogliersi sopra di loro. Fanti e cavalli bisognò affrettare il passo, per arrivare più presto a quello stabile asilo di che andavano in traccia: il quale benchè in luogo sì alpestre, era da tutti bramato come un gran benefizio. E già eran giunti in un largo della valle da dove, benchè l'aria piovigginosa ne velasse alquanto la prospettiva, poterono scorger su in alto, quasi a picco sulla sinistra del fiume il merlato e turrito castello della Sambuca. Quando a un tratto cessata la pioggia, s'offerse loro alla vista uno strano e meraviglioso spettacolo. Questo era il brucello. Triste fenomeno, che in alcuni luoghi ha nome di calaverna e di vetriore che spesso in inverno si rinnova su questi monti a danno degli alberi e in specialità dei castagni. Se avvenga che dopo una gran nebbia e una fitta pioggia, per un vento boreale in un subito l'aria si rassereni, quell'umidore si condensa all'istante su tutti i rami degli alberi e fin sopra ogni fil d'erba, cingendoli per ogni lato d'un involucro cristallino, compatto e pesante. Il perchè se i venti meridionali non squaglino subito un cotal ghiaccio, (e talora al sorger del sole i raggi, riflessi sopr'a quei monti di gelo, e sopr'a quegli alberi invetriati producono un nuovo sorprendente spettacolo) allora le piante rese più fragili dal nuovo peso, ma più poi perchè l'acqua avendo [pg!198] penetrato nelle fibre e nella linfa stessa di tutti i rami, quindi congelatasi, e cresciuta però di volume: ne avviene che ne frange il tessuto, e guasta gli organi d'ogni pianta, sicchè i rami di repente si scioncano. Odesi allora per quelle selve (doglia grande e sciagura pel montanino!) un terribile scricchiolare e un troncarsi e cader di rami de' castagni, da' più minuti a' più grossi: e talora è un vederli spaccarsi a mezzo finanche il fusto: e poi un rotolare sopra un terreno lastricato di ghiaccio, giù per le chine delle vallate, traendo seco quanto loro si para dinanzi!
Or tutti i militi che via via giungevano allo sbocco di questa valle, rimanevano su d'un subito estatici e paurosi a rimirar quelle piagge e quegli alberi come di vetro, e si può dire questa selva incantata! Misericordia! gridavano i più; e torcevano il guardo, facendosi per paura il segno di croce! Se le fantasie orientali ci avesser narrato d'un bosco, dove per un essere straordinario si fossero fatti di simili incantamenti, in quell'istante per certo, fra quel bagliore e quel fracasso di rami che si schiantavano a vista di quelle schiere, si sarebbe potuto asserire che appunto allora in questa selva accadesser l'incanti, e che la fata co' suoi seguaci fosse stata Selvaggia. Ma essa invece quella gentile a tale aspetto non meno degli altri era stata sorpresa dallo spavento. Delicata com'era, e pel grand'umidore venutole dalla pioggia che le aveva quasi gelate le membra, non ad altro anelò che a spingersi innanzi per trovare un ricovero.
Per arrivare al castello, lungo un'ultima salita bisognò sgombrare frattanto, possibilmente, dei maggiori ingombri la via, e financo, dov'occorresse, portar terra su i rigagnoli ghiacciati che spesse volte la traversavano. Non sì però che i piedi ai cavalli non scivolassero; tantochè sulle prime qualcuno, mal sorreggendosi, rotolò giù per un balzo, e trasse seco il suo cavaliere. Tutti allora discesi per sicurezza, li avresti veduti, su, su, trarsi a mano e a fatica il proprio cavallo. Quel di Selvaggia fu fatto sorreggere da due robusti palafrenieri, mentre altri procedendo, provvedevano ai passaggi di qualche rischio. Gli arcieri più destri condotti da una guida eran già arrivati alla prima torretta, posta [pg!199] sulla porta del più basso muraglione del castello di Sambuca. Poco dopo vi giungeva il capitan Lippo de' Vergiolesi, che dal castellano ricevutane la consegna pel Comune di Pistoia, preceduto da altri militi, aveva subito voluto inoltrarsi fin sull'alto della rocca. Di lassù, come a segno del preso possesso, ordinò che si desse fiato alle trombe.
All'udirle echeggiare per tutti i seni di quella gran valle, que' coloni da' lor casolari vennero a gambe lungo la via. E se ad essi recò sorpresa, non è a dire quanto quel suono giunse gradito all'orecchio de' militi che ancor salivano! Fu di lassù che con questo mezzo il capitano potè dir loro:—Il possesso è già preso!—E fu di lassù che a un cielo già chiaro ei potè anche osservare quante difficoltà dovesser vincere quelle sue schiere. Le vedeva infatti per quella costa venir su a gran stento, con gravi carichi, fanti e cavalli l'un dopo l'altro, e superar con prestezza quegli ardui e tortuosi sentieri, non ostante il gelo di per la strada e l'umidor per le membra. Finalmente quasi tutti senza gravi sciagure eran giunti dentro il bramato castello. E allora come grande e generale il contento! Vedendosi alla perfine al sicuro, e in luogo sì ampio e sì forte, fu un riaversi e un confortarsi a vicenda: e speditamente si diedero a provvedere a se stessi e a' lor destrieri, dimentichi già de' trascorsi disagi.
Poggia il castello della Sambuca sopra un gran monte a forma di cono, i cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la parte di levante, che alle falde è bagnata dal fiumicello Limentra, è quasi che nuda, aspra, e a filoni di pietra a grandi strati paralleli su su fino al vertice. I valloni della Limentra son ricoperti dovunque dell'arenaria argillosa che s'alterna con lo schisto marnoso. Vi si rinvengono molti cristalli di monte. Solo qua e là fra que' massi di sotto al castello si vede spuntare qualche cespuglio di piccoli cerri e di frassini. Colui che venendo da mezzodì, dal fondo del fiume vi volge lo sguardo, riman sorpreso a mirarlo sì alto; sicchè con quell'aggregato di case che par tutto un fortilizio, con mura merlate, come era da pochi anni, scosceso tanto da ogni parte, da non potervi raccapezzare il sentiero, si direbbe un castello incantato. La sua torre pentagona, di che resta appena una [pg!200] terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta, si elevava gigante e pareva che sfidasse le nubi. Altre due torri si può dire la traguardavano da' poggi d'intorno. Aveavi a ponente, sulla vetta del monte cui s'appoggia il castello, la così detta torraccia; e un'altra al di là della valle a levante, sul monte detto alla tosa; nome ch'egli ebbe dall'esser tutto rasato anche adesso, e senza un fil d'erba. Queste torri servivano pel castello come di altrettanti telegrafi, che con fuochi la notte, e il giorno con colonne di denso fumo accennavano, la prima alla valle del piccolo Reno, la seconda a quella di Treppio; e per altre a Pistoia. Aveva il castello su in alto due grandi porte; l'una, a ponente, chiamata la Pistoiese; l'altra, a greco, detta la Bolognese. Di qui moveva una via, tutta per una selva di castagni, che con le tortuose radici, coperte di musco e di borraccina, s'intersecano fra le fenditure dei massi dove poggia il castello. Faceva capo giù a Pavana, indi a Porretta, e via oltre, fino a Bologna.
Certo è che chi occupava a que' tempi questa Sambuca (che per la stessa sua etimologia significa macchina guerresca) poteva dire di aver la chiave della Toscana, e un valido fortilizio per far fronte a' rivali. Perocchè fosse per questa valle della Limentra cui il castello sovrasta, l'antica via che collegava l'Etruria centrale alla circompadana; e sempre nel medio evo era il sentiero più frequentato per passar dalla Toscana nell'antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia. Il Castel di Sambuca, con Pavana e il Castel di Piteccio, fino dal mille l'ebbero in feudo i vescovi di Pistoia. Preso il primo dai Bolognesi, poi dai Pistoiesi ricuperato, il vescovo Graziadio lo cede in feudo ai conti di Panico. Ma nel 1256, Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia vi rinnovò il diritto per sè e pel suo Comune, e ne investì un suo parente col titolo di visconte, o vicedomino. Infeudato così questo castello con altre due terre alla casata de' Vergiolesi, non è meraviglia se il capitano una volta costretto ad esulare, e dai Neri assegnatolo al suo partito, nutrisse brama di porvi stanza. Fra gli oggetti che vi trovava, oltre un fornimento di armi di varie guise, e antichi mobili nelle sue sale, in [pg!201] quella maggiore fu sorpreso a mirarvi il ritratto del suo grand'avo, il vescovo Guidaloste. Era dentro una gran cornice di nero legno intagliato a rosoni dorati, e aveva nel campo nella parte inferiore una iscrizione latina che diceva così: «Guidaloste Vergiolesi nobile pistoiese, nel 1252 eletto vescovo di Pistoia: nel 1259 fu vicario dell'arcivescovo di Ravenna, quando questi andò Legato pontificio contro l'immane Ezzelino. Reduce a Pistoia vi morì nel 1283 lodato e compianto, ed ebbe in cattedrale onorevole sepoltura.» A quella vista il fiero vegliardo provò un'interna compiacenza, che per tante cagioni nell'altero suo animo doveva esser grandissima. Signore del castello, si sentì rinvigorire lo spirito, come chi finalmente ha ricuperato la propria casa. Chiamativi tosto a consiglio i suoi capitani, e mostrata loro con certo vanto l'immagine di quel suo antenato, fece loro sentire di qual benefizio essi medesimi gli fossero debitori, quando oggi sorpresi da tante angustie, potevano in certo modo ripetere da costui il libero possesso di uno de' più validi castelli della Toscana. Che ad essi però spettava il debito di ben munirlo e di guardarlo da qualunque aggressione.
Qual governo tirannico stabilissero i Neri in Pistoia, di già lo narrammo. Erano scorsi circa due anni che sopra un popolo inerme e straziato sempre da nuove imposte e balzelli, invece di farsi più mite diveniva ogni giorno peggiore. Messer Cino che nella sua qualità di giudice delle cause civili, alle preghiere d'un popolo abbandonato da tutti, v'era rimasto in ufficio, vedendo alla perfine che coloro dai quali doveva attender giustizia avevan rotto ogni freno alle iniquità, e che a nulla valeva invocar per que' miseri la clemenza, il diritto e la legge, risolse d'abbandonare l'infelice città. Ma frattanto ne era dolente oltremodo! Patria e amore erano stati sempre gli intenti del giovine Sinibuldi. Inviso ora alla nuova fazione, nelle stesse sue rime si disfogava a dir quello che sovente vien sul labbro a coloro che qualche cosa operarono pel proprio paese e ne ebbero tristo ricambio. Se ne doleva in Pistoia con Lapo di messer Re della casata de Rossi, probo e dotto cittadino, che rimasto in Pistoia, come [pg!202] giudice delle cause civili, fu eletto a succedergli. Ne scriveva a' suoi amici: a Cecco d'Ascoli, chiedendo che consultasse le stelle per qual parte dovesse prender cammino: a Dante, e si condoleva «d'esser dalla patria per grave esiglio fatto pellegrino»: infine ad Agaton Drusi da Pisa, narrandogli che al solo pensare come la sua valle natìa fosse distrutta, si sentiva il pianto sul ciglio: ma però di partire non poteva più a meno, e con questi versi glie ne dicea la cagione:
Lasciai la patria e gli onorati scanni,
Ed io m'ho preso volontario esiglio,
Da che qui la virtù par si condanni.
Non ve lo ritenevano adunque affetti di patria, essendochè non potesse venire a patti nè col proprio ufficio, nè per egual modo co' suoi oppressori. Non v'era più allettato da legami di parentela, dopochè alcuni de' suoi avevan dovuto esulare; e il suo venerando zio Bartolomeo, sul finire del 1307, dalla sede episcopale di Pistoia era stato trasferito a quella di Fuligno. Non avrebbe più poi potuto ritrovarvisi co' suoi Vergiolesi, e così con Selvaggia.
Nelle pubbliche sciagure politiche non vi ha conforto più caro dell'amicizia con tali che sieno all'unisono de' tuoi sentimenti, e dove puoi espandere il tue cuore liberamente. Questo sacrifizio che ora, rimasto solo fra un avverso partito, doveva fare agli affetti più sacri, era per lui insopportabile. Quella casa ospitale dove abitava l'amata sua donna, ed ei soleva recarsi per ammirarvi quel fiore di gentilezza, era chiusa per sempre; e quel bel fiore, ohimè! era stato trapiantato fra i rovi montani e fra i geli; e pur troppo sapeva come sperdesse e languisse ogni giorno! E ne sentiva tal doglia, che omai non ad altro anelava che a porsi in viaggio per rivederla. Quindi all'amico Druso, cui prima di partire avrebbe voluto recarsi a Pisa per visitarlo, così si scusava: