—Messer Lotteringo! Escludiamo affatto fra noi le questioni di diritto ecclesiastico. Quanto alla Chiesa, riformatore ne fu per certo Gregorio. Voi sapete che io, anche come legista, debbo sempre difendere gli altrui giusti diritti. Intendo qui solo di riferirmi a ciò che il pontefice avrebbe potuto fare a util d'Italia; per la quale, vedete, noi Ghibellini! alacremente adesso ci adoperiamo. Cotalchè però mi si conceda di dirvi: meglio che il settimo Gregorio, vorrei che al caso nostro mi aveste ricordato Gregorio primo, papa italianissimo, e che non mai s'immischiò di cose temporali: perchè le proprietà possedute dalla Chiesa a suo tempo, non è a dire che gli costituissero un principato. E' gli parve d'aver sempre presente quel che Dio sentenziò per Ezzechiello, se ben mi ricordo, intorno a' figli di Levi: «Ei non avranno eredità: loro eredità sono io: e non darete loro porzione alcuna d'Isdraele, perchè la loro porzione sono io.»

—Ma credete voi, messer Cino—soggiunse l'altro—che a papa Clemente, benchè francese, non stia a cuore l'Italia?

—Dovremmo sperarlo. Non so intanto se questa sua traslazione d'Italia in Francia ne dia buon concetto. Ma piacemi che notiate che a quel primo Gregorio poteva esser veramente ed era a cuore d'amarla la patria. E la ragione gli è in questo: che egli sentiva il debito di avere un affetto particolare al paese in cui era nato, e nel quale s'agitavano le sorti dell'umanità tutta quanta. E voi sapete che inno di grazie quel santo pontefice rivolse all'Eterno per aver ispirato ad un potente un poco d'amore per l'Italia abbandonata [pg!213] agli strazi dei barbari! Non oppresso dal peso delle cure mondane, provvide anche all'utile temporale de' suoi figliuoli. E perchè non poteva cadere in sospetto dinanzi al potere civile che l'utile proprio v'avesse parte, valse ciò per farvelo attendere più spedito e sicuro, e la sua libera voce potè essere più ascoltata. Ed oh! se un papa di questa tempra sorgesse, quanto gran bene al civile stato e alla Chiesa!

Le Crociate poi e i Comuni per me ebbero origine da cagioni più alte e più generali: vo' dire, non già per opera d'individui, ma sibbene de' popoli. Chè, quanto ai Comuni, stanchi omai della dispotica protezione o d'un principe o d'un papa sempre fra loro discordi; consapevoli de' propri diritti, scosser quel giogo, e si prescelsero un libero reggimento. Mossi poi per le Crociate da un principio cristiano e cavalleresco, gli è vero, ma bramosi a un tempo di cercare e di estendere fin nell'Oriente i loro commerci.

—E chi animò—soggiunse l'ambasciatore—chi protesse se non i papi, da Urbano secondo, quel sacro e nobile impulso?

—Sì, sì, messere, io vel consento: santa voce fu quella, e trovò eco in animi già disposti: ma l'impulso era dato. Ma e poi, del pari che i popoli, seguitarono i papi la loro via? Le grandi riforme d'Ildebrando, ditemi un poco, dopo Alessandro e i due Innocenzi, non decaddero in breve sotto a' lor successori? A' tempi di Federigo lo Svevo l'aspirazione dei Ghibellini era l'impero romano ricostituito; quello stesso concetto che a noi pure sembra oggi il più accettabile. Nondimeno, dopo la morte di lui, si formò in Napoli un partito per porre l'Italia sotto un solo governo civile, non imperiale nè teocratico. Parve ad alcuni che la casa di Svevia, e re Manfredi in particolare, se avesse posto animo intero al ben del paese, avrebbe potuto essere la salute d'Italia. Frattanto chi altri, se non i papi, glie l'avversarono? Rammenterete che fu un Carlo di Angiò chiamato dal papa, che mosse guerra a Manfredi, e vincevalo a Benevento! E, orribile a dirsi! fu un arcivescovo di Cosenza, un legato del papa, che volle insepolto il cadavere di Manfredi su i confini del regno, [pg!214] e pasto alle fiere! Sul compire del secolo decorso non vedemmo noi forse, messer Lotteringo, i successori d'Ugo Capeto venire in Italia a prendervi ardire e padronanza inaudita? Quello stesso Carlo d'Angiò, imbaldanzito per la corona di Napoli avuta da Roma, non fu egli l'eccitator di discordie fra i nostri Comuni per divenirne signore? E chi de' pontefici cercò fermamente di distornarvelo?

—Ma voi, messer Cino, dimenticate papa Gregorio decimo, e Nicolò terzo!

—Gli unici, sì, che volesser frenare il potere stragrande dell'Angioino in Italia: ma l'uno con opporgli un altro ambizioso straniero, un Rodolfo d'Absburgo: l'altro per elevare a reami Lombardia e Toscana, tenute da Carlo in vicarìa dell'impero, e conferirle ai suoi nipoti, gli Orsini. Ma morto appena Niccolò, e succedutogli il francese Martino quarto, non vi fu egli confermato re Carlo? E crediate, che lunga signoria v'avrebbe tenuto, se la ferale campana de' vespri siciliani non l'avesse avvisato che mala impresa erano queste terre per lui!

Or dite un poco, dopo tutto ciò perchè mai papa Bonifazio con un re francese collegarsi di nuovo? E vedete trista mercede! Bonifazio dal re francese e da' suoi è fatto prigioniero e deriso! Di che io non posso che vituperare l'oltracotante insultator del pontefice. Oh sì! Venero anch'io, non crediate, messer l'ambasciatore (benchè noi giureconsulti civili i vostri canonisti ci mettano in voce di poco men che d'eretici paterini) venero anch'io la suprema dignità della Chiesa, che vorrei santa, invulnerata e indipendente; e per qualche tempo ho sperato che il pontefice, sedente in Roma, e con la sua grande religiosa missione, si assumesse perfine a farsi vincolo di concordia in Italia. Ma quando ho veduto a che termini l'han condotto l'alleanze straniere; e Bonifazio era pure italiano, e carità di patria e della Chiesa doveva consigliarlo altrimenti! quando un miracolo di papa era sorto dopo di lui, ma che la morte in breve ce lo rapì: quando oggi abbiamo un Clemente francese, che vincolatosi a re Filippo, accetta il papato, e a quali condizioni! e abbandona la sua Roma per Avignone, e fors'anco la sua indipendenza!....

[pg!215] —Oh questo speriamo che non sarà!—lo interruppe l'ambasciatore.