E Cino:

—Ed io vi dico, sventura! sventura! Non temete voi che per tal guisa e' si renda al tutto mancipio dello straniero? Ecco frattanto che il buon pontefice (m'addolora a pensarlo!) per credersi forse meglio sicuro nella civil potestà, si rifugia presso di tale che già gli scava la fossa! Dopo tutto ciò, che fidanza di patrocinio porge Roma all'Italia? A tanti mali da chi aspettarci un rimedio? Roma! vedetela ora questa gran Roma! Essa è agitata dal popolo, e dagl'insolenti baroni. Da un lato la brama di libertà; dall'altro le ambizioni dei Colonna e degli Orsini che se ne contendono il dominio. I cardinali, i legati, da Avignone vanno e vengono. Alle prese col Senato, mutan leggi ogni giorno, bandiscono editti, e il diritto canonico vorrebbero in tutto sostituito al civile. Uomini poi come son di partito, non solo non conciliano li spiriti, ma li esacerbano con sottili pretese curiali: i governanti poi peggio, con sordide avarizie, che crescon balzelli e destano ire e scontento! Credono farsi forti di soldatesche e di cortigiani: adulano il pontefice e lo traggono a mal partito. Oh! la Provenza fatta capitale del mondo cristiano, ancora alcun poco, e saprà vendicarsi di Roma divenuta provincia!

—Ma che forse Clemente—soggiunse l'altro—anche di Francia non spediva legati a Firenze, e al duca di Calabria al campo, perchè si togliesse l'assedio alla vostra Pistoia? Non li ha inviati a Bologna e dovunque fosser discordie?

—Troppo tardi, e però indarno! E voi Bolognese non dovete ignorarlo! Clemente sul suolo di Francia, lontano dalla sua Roma, e collegato co' nostri nemici, perdeva quasi fra i popoli ogni prestigio! E di fatto quando ancora ha potuto soggettare all'obbedienza quello ch'ei chiama il suo stato, se le sue città dipendono sempre da tanti piccoli tiranni? E di più, che timore parvi che incutano da qualche tempo gl'interdetti dei papi? Se essi invece, ministri del perdono di Dio (e voi ben diceste, messi a conciliare gli umani dissidi) avessero benignamente richiamato gli erranti, [pg!216] levata la voce autorevole sopra principi e popoli, e chiesto alle città partite il sacrifizio de' propri rancori per unirle a concordia: se essi, primi ad esempio, la potestà ecclesiastica avesser ritirata ne' suoi confini, e lasciata cui spetta al tutto libera la civile; allora, oh! allora la parola e l'autorità loro sarebbe stata per ogni dove tanto più efficace e potente, e Italia di già avrebbe goduto una più florida vita.

—E voi vi date a credere, messer Cino, che tante nostre repubbliche e principati si comporranno a concordia, e si daranno agevolmente in tutela d'un solo, e d'un imperatore germanico? Attendete, e lo vedremo venir, sì, a pacificare l'Italia, ma alla sua maniera però: vo' dire, a lusingarla da prima con belle parole: quindi a prostrarla con le imposte, col terrore e le stragi!

Oh! i Guelfi, del vessillo papale d'assai ne han fatto stromento alle proprie ambizioni e agli odi di parte! È ormai tempo che i veri amatori della patria v'apprestin rimedio, se non vuolsi che in breve tutta quanta sia campo di civil guerra. Sperare che Italia, confederata fra' suoi Comuni e le altre signorie, voglia unirsi a scambievol difesa, troppa individualità è fra loro; soverchia indipendenza e gelosia vi predomina! Meglio sarà raccogliere i freni di popoli sì sbrigliati nella man d'un sol uomo d'onde egli sia (quando italiano come l'avremmo voluto non può aversi) purchè virtuoso, autorevole, e di braccio potente.

—E sperate con questo?....

—Quali che sien per esser gli eventi, noi, scevri affatto da spirito di partito....

—Oh si!—interruppe l'altro.—Voi dite di far parte da voi medesimi, ma intanto siete coi Ghibellini!

—Crediatelo, messer Lotteringo, io non mi sento più Bianco che Nero. Odio le discordie; vorrei la giustizia. Per noi l'esser oggi coi Ghibellini è un mezzo unico di previdenza che si estende a tutta la nazione; è il principio dell'autorità imperiale contro la curiale a utile dell'Italia. Ma ci preme egualmente di richiamarla a' principii sì civili che religiosi. Però, forti del nostro proposito, con questo modo avremo tentato di liberar le sue terre da' cento loro tiranni, [pg!217] e di raccogliere le membra sparte della nazione. Con ciò s'intende che, mantenuta intatta la sede e l'autorità del pontefice, la potestà spirituale non invada la temporale; l'una sia distinta dall'altra; ed ambedue cospirino al comun bene. Noi vogliamo che Arrigo, questo erede del grande impero latino restaurato da Carlo Magno, il solo oggi pari all'altezza e alla difficoltà dell'impresa, scenda in Italia e vada a Roma, e risiedavi coronato re de' Romani, e pianti di nuovo la vittoriosa aquila de' Cesari sulla vetta del Campidoglio. Di colà solamente, afforzata in esso unico moderatore, l'autorità delle leggi e la potenza dell'armi, potrà riconquistare alla patria l'antica gloria e l'imperio su tutte le genti. Noi vogliamo per fine che corregga Italia con sapienza, amore e virtù; e che ciascun municipio, convenendo in quel solo legittimo principe, possa serbare a un tempo il suo libero reggimento[6] .