LE INSIDIE.
«Ma non vi spiaccia entrar nelle nascose
Spelonche, ov'ho la mia segreta sede;
Ch'ivi udrete da me non lievi cose,
E ciò che a voi saper più si richiede.»
—— Tasso, Gerusalemme, C. XIV.
Vedutosi il Fortebracci andare a vuoto ogni tentativo di ravvicinarsi a Selvaggia, nè potendo più altro, neppure, come bramava, avere il modo di tormentarla, riparata lassù in quel castello inaccesso: nell'isolamento in ch'ei si pose dopo l'assedio con la coscienza d'esser ripudiato da tutti, era caduto in uno sgomento mortale. Solo qualche potere esercitava su lui quel Nuto che tenea con sè. Egli era il suo incubo, per così dire, che premevalo senza posa. Non però che talora in qualche lucido intervallo non ne vedesse tutta la infamia, e non lo esecrasse. Ma posto ormai sopra una mala via, nè per folle superbia volendo ritrarsene, si sentiva sospinto a non poter seguitare che a quella scorta. Costui intanto facendo suo pro d'un'astuzia la più raffinata: accortosi che larga mercede poteva ritrarre ogni volta che al Fortebracci, sempre cupo e atrabiliare, suggeriva qualche espediente da indovinargli il pensiero e dargli lusinga di soddisfar le sue brame; si fece innanzi anche adesso, e gli propose un partito, poco importava se fosse possibile, certo de' più arrischiati, senza dir de' più tristi.
[pg!227] Accadde per questo che il Fortebracci ingarbugliato talmente, e infanatichito della proposta, un tal dì lasciò in un subito quel suo poggio romito e venne a discendere nella valle della Limentra.
Come l'astòre che dalle vette del San Gottardo va di vallone in vallone per gittarsi laddov'è più certo di ghermir la sua preda; tale il triste uomo col suo malvagio consigliero era venuto colà a tentar di sbramare le insaziate vendette. Quel Musone della Moscacchia che in Pistoia abbiam visto caparrato da Nuto, e fatto stromento della congiura nel Castel di Damiata; riuscito con Fuccio, suo compagno di latrocini, a far buona preda in tempo dell'assedio su i vivi e su i morti, s'era di nuovo riparato in quella valle montana. Ma non più al suo paese della Moscacchia vicinissimo a Sambuca. Perchè, per le vie di quelle montagne rinnovatesi spesse aggressioni dalle sue bande, i due Comuni di Pistoia e di Bologna vi avevan fatto raddoppiare di vigilanza per purgare i luoghi da que' masnadieri, e assicurarvi il libero transito.
Evvi un luogo sulla via carreggiabile fra Bologna e Porretta, che, da un'immagine della Vergine postavi chi sa quando, si denomina la Madonna del sasso. Gli è un monte petroso che lascia intraveder dal di fuori varie caverne, apertesi da antico tempo dentro di esso pel franar di que' poggi, che hanno ancora un instabil terreno; tanto che in alcuni luoghi la via ferrata si è dovuta costruire su terrapieni nell'alveo del fiume. Le dette caverne furon poi fatte ad arte più ampie, con lo scavarvi pietrami ad uso di fabbriche. In una di quelle, più larga e più internata nel monte, si stava nascosta la masnada di que' malandrini con alla testa il fiero Musone. Non era bastato ai due Governi del Pistoiese e del Bolognese l'aver fatto impiccare anni addietro sulla pubblica via un certo contrabbandiere de' loro, chiamato Lupo, e altri di questi assassini[7] . Quelle folte macchie eran proprio tane sicure per queste belve. Da poco poi che v'era tornato Musone, sotto un capo sì audace ripreso ardimento, di nuovo [pg!228] s'eran dati ad assaltar notte e giorno ogni viandante che senza valida scorta si fosse attentato di tener quella strada.
Come Nuto potè informarsi di tutto questo (chè il viluppo della matassa era interamente in sua mano, e a lui, si può dire, era stato commesso di distrigarla) cominciò a frequentare uno dei manutengoli di cotestoro a una certa osteria del villaggio della Moscacchia. Si assicurò di lui con danari; sicchè questi non esitò a dare un cenno al capo di que' malandrini, che v'era tale cui occorreva il suo braccio. Ma venire con Musone a parlar testa testa, era difficile molto, e facilmente potea dar sospetto. Bisognò, secondo che gli fu detto, accettar la proposta di passare una tal notte per la via a non molta distanza da quelle caverne; e se mai da alcuno potessero esser veduti, fingere di lasciarsi arrestare dalli stessi malandrini, che da un segnal convenuto dovean riconoscere, per poi farsi condurre là dentro. E così fecero.
La notte era al colmo; quando Nuto e il Fortebracci usciti nel giorno, ben armati, dall'osteria della Moscacchia dove alloggiavano, dopo molte ore di cammino per mezzo a boscaglie, ed evitando la pubblica via, eran venuti a far capo ad essa a sinistra del Reno, e si trovavano appunto sotto quella scogliera. Pochi passi a quel buio tentavan di fare, per un ammasso informe di pietre frananti, che in parte lungo la nuova via provinciale ancor vi si scorge, e che a quel tempo siccome adesso, dall'alto del monte protendeva nel fiume. Ma i masnadieri vi stavano all'erta. Bastò il segnale convenuto per essersi subito intesi. Da tre scherani infatti (nè si avrebbe saputo da dove uscissero) Nuto e il Fortebracci eccoteli circondati. Allora, senz'altro, via in silenzio con essi; uno avanti per farne strada, poi loro, e dietro i due altri. Bisognava aggrapparsi su per que' massi con le mani e co' piedi e girarvi d'attorno. Ma pe' conduttori non era un andare alla cieca. Le orme da porre, il come e il dove, a loro soli era noto. A un certo punto imboccano in un piccolo antro, e poi là là per un passaggio sinuoso ed angusto; finchè brancolando fra 'l buio, s'accorgon di essere in un sito più ampio. Qui dati i nomi (prescrizione indispensabile) all'improvviso fu accesa una face di resina, e si avvidero di [pg!229] essere innanzi al capo de' masnadieri, a quell'uomo terribile di Musone.
Ravvolta la testa nel suo cappuccio, se ne stava sdraiato sovr'alcune pelli lanute, là in un canto della caverna, e senz'armi. Nè farà meraviglia, perchè ad ogni istante poteva staccarne una da quelle pareti, da cui pendevano stocchi, accette, spade e stili; armature di ferro, giachi e celate. Vi si scorgevano anche ammassati sacchi di ricche prede, e ogni sorta di provvisioni che occorrono al vitto. Per rimanervi poi più sicuri, da quelle crepe, veri nidi delli scorpioni, spiavano tutto giorno lungo la via, se qualcuno mai si avvicinasse. Chè, se fossero stati militi venuti lì per sorprenderli, addossavano grosse pietre alli sbocchi dell'antro, e con spranghe di ferro ne sbarravan la entrata: si nascondevan più oltre per que' seni di sterminata lunghezza; o per altre uscite che potevan dischiudere, e che mettevano in un bosco foltissimo, si aprivan la via a fuggire.
Levatosi Musone dal suo giaciglio non appena fu fatta luce: