[CAPITOLO XX.]

IL ROMEO.

«Romeo persona umile e peregrina

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Indi partissi povero e vetusto;

E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe.

Mendicando sua vita a frusto a frusto,

Assai lo loda e più lo loderebbe.»

—— Dante, Paradiso, C. VI.

Poco lungi dalla rocca della Sambuca, dal lato di mezzodì, in una piaggetta che aveva nome di colle fiorito, dove poi fu eretto un asilo di povere donne consacratesi alla istruzione delle fanciulle de' vicini villaggi, scaturiva di sotto a un tabernacolo della Vergine appellata del giglio, una fonte di purissima acqua. Sul tramonto del sole era questo il convegno delle donne sì del castello che dei dintorni, le quali fin dal basso del fiume vi giungevano co' loro brocchetti.

Or avvenne che esse un tal giorno e in quell'ora vider salire a quella volta un pellegrino. Lo indicava per tale il suo abito soprattutto. Largo il cappello, vesta nera succinta fino al ginocchio; le gambe con usatti o corsaletti di pelle giù sino ai sandali; sugli omeri poi un mantelletto o bavero nero, dove erano appese qua e là piccole conchiglie, e sul petto una lucida croce. Non portava con sè che un'ampia scarsella, una barletta e un mandolino, pendenti dalla corda che cingevagli i fianchi. Come uomo che toccava già la vecchiezza se ne veniva su su lentamente appoggiandosi al suo [pg!233] lungo bordone. Lo andavano accompagnando due pastorelli, scalzi e mal vestiti, ma bianchi e rossi come rose; che allettati dalle sue parole cortesi, e incuriositi di lui per l'abito non comune, avevan lasciato altri loro compagni, e volentieri s'eran prestati a scortarlo sulla via del castello. Anco dall'aspetto, chi l'avesse bene osservato; una lunga barba grigia ma con due occhi vividi; un volto per quanto scarno, di bianchissima carnagione, e con una fisonomia di grazia e affabilità non comune; l'avrebbe subito giudicato per di nobil famiglia. Nè è da stupire in que' tempi, nei quali uomini d'ogni classe per rimedio dell'anime loro, ad espiazione di grandi delitti, o per senso di profonda umiltà, o per voto, s'imponevano sacri pellegrinaggi.

Giunto lassù a quella fontana, benchè alquanto affannato per la salita, la prima cosa, voltosi a quelle donne, disse loro:

—Date da bere al povero pellegrino, datelo di grazia, a un vecchio Romeo!

Di che esse, non appena richieste, fecero a gara per compiacerlo. Ma una fra le altre, Maria, la fantesca di Selvaggia, più aggraziata e più franca, gli si fece dinanzi, e sollevatogli con bel garbo sul suo braccio il brocchetto già pieno, glielo piegò, tanto ch'ei vi bevesse. Così al vecchio Eliezzero là nella Mesopotamia volle esser cortese la buona figliuola di Batuele.

Ma intanto che egli s'era posto a sedere sopra un masso vicino, le donne avevano scorto che portava con sè un musicale strumento. Sicchè vaghe com'erano d'udire qualche armonia; rara sorte in que' poggi, se non fosse stato talora il suono del liuto di madonna Selvaggia, da qualche tempo però tanto meno frequente; fu un muoversi tutte e far pressa e preghiera al buon Romeo di toccarne le corde. Di che ei per la cortesia ricevuta volle subito compiacerle, aggiungendo che avrebbe anche tentato di far loro udire una certa canzone. Allora esse gli si misero in cerchio, e posarono al piede i brocchetti. Trepidanti poi, le più giovani in specie, per l'atteso piacere, ma pur raffrenando la naturale allegria, s'imposer silenzio, e non intesero che ad ascoltarlo. Sicchè ei levatosi in piè, e toltosi dal fianco il liuto, e trattone un [pg!234] breve preludio, su flebile arpeggio, in questa guisa cominciò a cantare:

Son Romeo che mari e monti

Notte e dì finor varcai.

Strani casi ed ho racconti

Che palesi non fur mai:

Vera e mesta istoria è questa

Che narrar da voi s'udrà.

Fuvvi in Siena una donzella

Disposata a rio signore;

Egli infida alma rubella,

Ella giglio di candore.

Ma il crudele omai l'aborre,

Ch'altra donna in cor gli sta.

In maremma abbandonata

Ei la chiuse in suo castello.

Attendea la fiduciata

Per più lune il crudo Nello:

Fu delusa in sua fidanza!

Ei mai più non tornerà!

Ei mai più? Così potria

Obliar cotanto affetto?

E l'affanno della Pia

Anco il cielo avrà reietto?

E quell'aere maligno

Il suo spiro estinguerà?

Fra gli orror di muti avelli

S'aggirò la sconsolata:

Cercò pace almen fra quelli

Onde viva era dannata.

Ma qual vista! Un'urna, e appresso

Vedovella al suol si sta.

Poveretta! al tuo lamento

Ch'io congiunga il pianto mio!

Deh m'abbraccia! adesso io sento

Che pietoso è meco Iddio:

Ah! che il pianto insiem versato

È del cielo una pietà.

Deh! ti prego; a lui, se mai

Correrà questa maremma,

«Diè morendo, oh sì, dirai,

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A me pura la sua gemma!

Ti ricordi della Pia,

Che innocente, estinta è là!»

E si giacque! E di pallore

Tinte avea le belle gote:

Le man tremule sul core.

Le pupille al cielo immote.

Stanca alfin, siccome fiore,

Il bel capo rechinò,

E del suo crudele amore

Il dolor la consumò!