Così il nobile Guastelloni al Romeo; e così questi ne riferiva dolente, la narrazione nella sala del castello de' Vergiolesi, sicchè tutte le astanti se n'erano contristate. Selvaggia poi di tal maniera, chè era rimasta come stupida pel turbamento. Questa commozione tanto più forte si pareva in lei, per una serie di tristi vicende fatta omai più sensibile alle sventure, e perchè in quell'istante l'animo suo era preoccupato dal lungo silenzio di Cino, inconcepibile dopo l'affetto che le avea dimostrato, e le ripetute promesse.
In questo le donne avevan pregato il Romeo a ripetere quella canzone, fidando che ella, come innanzi se n'era espressa, l'avrebbe gradita. E quegli presane licenza di già l'intonava. Ma come n'ebbe modulate le prime strofe, Selvaggia che vi potè porre attenzione, ne fu di nuovo sì scossa, che a bassa voce e tremante cominciò a ripetere que' versi che le parvero come dettati per lei; e dicea ne' sospiri:
[pg!241]
«Ei mai più non tornerà!
Ei mai più? Così potria
Obbliar cotanto affetto?»
Ma già il Romeo, avvedutosi del suo turbamento, si era imposto silenzio.
Ella, fatta pallida oltre l'usato, si levava dalla sua sedia; e pronunziando pur sempre fra sè quelle funeste parole, congiunte insieme le palme, e volto a terra lo sguardo, a lenti passi ritiravasi nelle sue stanze.
La mattina seguente bramoso il Romeo di rimettersi in via, dimandò di prender congedo dalla nobile castellana. Allora fu introdotto nella sua camera, dov'ella di già alzata lo ricevette. Una modesta mobilia e non più che la necessaria vi si vedeva. Bianche cortine circondavano il letto: dove da un lato una croce, dall'altro un inginocchiatoio, e sopra pendente dalla parete un quadretto in campo d'oro con una Vergine, d'autore bizantino. Un forziere di legno intarsiato a vari colori: uno stipo antichissimo; poche sedie, un tavolino e null'altro. Ella era seduta sopra una sedia a bracciali. Vestiva un'ampia zimarra di panno chiaro con doppia bottoniera dinanzi, e sopra, un nero gamurrino cinto alla vita, con grandi maniche; l'una e l'altro di panno inglese, reso finissimo dai cimatori fiorentini nell'arte di Calimala. Su d'un piccolo tavolino che avea dinanzi, erano poche cartapecore bianche, con appresso il calamaio. Alcuni libri ben rilegati, fra i quali il nuovo Testamento con la versione in volgare, coperto con velluto chermisi con fermagli d'oro; il cui manoscritto il più forbito su carta bianchissima impomiciata e a larghissimi margini, si pregiava per miniature mirabili e fregi d'oro sì ben condotti e finiti, che non poteano attribuirsi che al celebre Oderigi da Gobbio. Alcuni tratti della Consolazione di Severino Boezio voltati pure in volgare, e legati in un libro, con poche poesie provenzali che andavano sotto il nome di Folchetto di Marsilia. Aveavi una cronachetta d'Elisa e di Abelardo: alcuni romanzi di Turpino e di Lancellotto; tutti quasi i racconti della Tavola Rotonda; e infine una raccolta di versi dei più eletti trovatori italiani da lei stessa copiati con grande amore: non che i più pregiati [pg!242] di Lemmo, del Cavalcanti, dell'Alighieri, e quelli di Cino de' quali egli le fece dono.
—E volete dunque partirvene?—al Romeo appena entrato diss'ella.
—Sì, mia nobil Selvaggia. Mi tarda assai di proseguire il cammino per le mie terre lombarde, e vengo però a rendervi grazie....
Ed essa interrompendolo: