—Ma e poi? o che è questo soltanto? E la malaria che vi s'ingozza? Dammi per giunta un canchero o un febbricon che ti pigli, per noi poveri diavoli tu non trovi un medico neanche per mille fiorini!
—Oh sì! che mi discorri di malattie?—soggiunse Fuccio;—mi pare, un po' più o un po' meno, che laggiù siamo tutti malati: e, ridotti così, che ti si sdegna lo stomaco di modo, che nessun cibo ci approda. E chi è di noi che ci si mantenga sano per que' macchioni, quando specie son vicini a cert'acque stagnanti? Dormir sulla paglia per quelle capanne senza un po' di copertoio; pigliarci dell'umido e delle frescure; mangiare alla peggio del pan di saggina e un po' di formaggio, non bevendo vino che ogni tornata di luna, e faticando come bestie a far legna e carbone; sfido io se arrivi a sera che a buttarti giù non ti senta le costole rotte, e più delle volte un brivido addosso come quello della quartana! E non ostante ecco qui! Pare che or ora dobbiamo aver dicatto di poter tornare in quei bassi fondi a discrezione di [pg!248] quelle arpie, perchè ingrassino alle nostre spalle e noi si crepi di fame! Ma affè di Dio! questa vita non la vo' più!
—Sì, eh?—rispose Vanni.—E' si fa presto a dirlo voi! Ma che fareste, messere?
—Che farei? Vi sgomentate voi altri a campare in paese? eh? C'è tanti mestieri senza arrovellarsi, e non riportar mai a casa un becco d'un fiorino!
—Figuratevi! potessi sapere che verso prendere io, fare' carte false.
Allora il furbaccio—benone—disse tra sè: e strettosi più a lui, vedendo così d'aver preparato il terreno, soggiunse:
—Or bene, amico, vuoi che ti parli chiaro? Ma silenzio veh!... Già io non ti conosco.
—Che discorsi mi fate?
—Or su, qua la mano e ascolta.
E soffermatisi sopra una piaggetta da dove squadrando all'intorno, non scorgevasi anima viva: