—Sappi—disse il masnadiero—che io pure ho lavorato in maremma; e mal pagato, malazzato, avvilito, ho dovuto convincermi che noi alla fin fine abbiamo il diritto di vendicarci di chi ha dimolto, e ruba a man salva, e mangia del nostro, e ci fa tanto soffrire. E ti assicuro che noi, povera gente... vedi queste braccia nerborute come ce l'ha fatte madre natura?—e con un certo impeto glie le allungava dinanzi—t'assicuro che senza tanti scrupoli le possiamo impiegare a fare un po' di contrabbando con la masnada di Musone...
—Di Musone!—quasi raccapricciando riprese l'altro.
E a faccia fresca ripetevagli Fuccio:
—Sì, di Musone. Ed io già da qualche mese sono entrato...
—Voi!—scostandosi, e accennandolo a dito con istupore—soggiunse Vanni.
—Sì, ti dico, io; e mi son già messo fra loro.
—E dunque andrete...
—Oh! non mica alla strada a assassinare chi non ti dà noia! Diamine! Oh! che credevi? Non ti pensi che abbia anch'io un po' di coscienza? Ma, s'intende, a portar carichi di granaglie, di merci, di vino e... e d'altro.
[pg!249] —Ah! dunque...
—E che non è lavoro come quel di maremma? Non è forse pan guadagnato anche questo? Non è tutta fatica di groppone, o che tu alzi l'accetta sulla tua testa a spaccar legna, o t'arrovelli pe' carbonili; o piuttosto che tu stia giù di qui a far lo spallone, traversando con de' carichi que' poggi che là—e accennava a que' dirimpetto—passando a guado il Reno di qui allo Stato Bolognese e viceversa?