Or mentre la campana del capitano aveva appena cessato, e già la città brulicava di gente che avviavasi in piazza da ogni strada, annunziate dai trombettieri vi si vedevano entrare con bell'ordine e con belle armature le tre compagnie del quartiere di Porta Lucchese, che andavano a schierarsi fra 'l palazzo del capitano e il fianco destro del Duomo. E vi entravano quasi ad un tempo dal lato di mezzodì, e facendosi eco con uno squillo uguale di trombe, quelle del quartiere di Porta Gaialdatica. Dalla ripida via di levante, fiancheggiando il nuovo palazzo della Signoria, poco appresso salivano in piazza i militi del quartiere di Porta Guidi. Dal quartiere infine dell'antica porta di S. Andrea, allor di Ripalta, vi convenivano le ultime tre compagnie: e tutte e dodici portavan diverse e bellissime insegne; e co' santi protettori della parrocchia da cui si traevano; e con animali e fiori simbolici, ricamati in lana, in seta o in oro a colori vivissimi: tali come i cronisti ce le descrissero e come si vedon dipinte nel magnifico cortile dell'antico palazzo pretorio, ora del tribunale di questa città.

In ogni quartiere aveavi una compagnia di arcieri: le altre portavano picche e lance, e alabarde di varie forme e scudi rispondenti alle armi, dalla forma dei quali i militi prendevano [pg!24] nome di tavolaccini o di palvesari. V'erano pure in città un trecento cavalieri coi loro capitani ed alfieri. La ristrettezza del luogo non offriva però assai spazio per ischierarveli e far di sè bella mostra. Infatti la piazza del Duomo, sul lato di ponente, era limitata da una fila di case che a distanza di poche braccia sorgevano parallele ad altre; e dove, dopo 80 anni circa, fu fabbricato il Pretorio con quella semplice architettura che vi si vide fino al 1842; prima che, come di presente, fosse accresciuto d'un piano, e così perdesse in parte del primitivo carattere. Quelle case poi non furono demolite che nel 1311 per ampliare come adesso la piazza. A settentrione, dove ora si vede un'altra fabbrica non finita, detta il Palazzaccio, sorgeva il palazzo del capitano del popolo con l'alta sua torre: ad oriente la chiesa di Santa Maria Cavaliera, e un lato (il sinistro) dell'attuale palazzo del Comune che solo da pochi anni si costruiva: infine, a mezzodì, il lato destro del Duomo. Così la piazza non aveva che quest'unico dei grandiosi monumenti che ora l'abbellano; e come nelle vie principali, in luogo di pietre non v'erano che grossi mattoni a coltello.

La cavalleria o cavallata, come allora la chiamavano, era sotto gli ordini del capitano Filippo Vergiolesi. Per mancanza di spazio l'aveva schierata lungo la via di San Giovanni, e solo ne distaccava alcuni cavalieri per far ala e contenere la folla. Gli altri capitani si erano già disposti col Vergiolesi presso al palazzo del capitano generale, Tolosato degli Uberti, ed attendevano che egli giungesse.

Non furono che pochi istanti e se ne usciva sopra un bel palafreno, bardato di lucenti brocchieri; egli poi splendido per le armi. Cominciando dall'elmo, con alti e bianchi pennoncelli; usbergo, braccialetti, cosciali e schinieri erano tutti a lamine e squamme di forbitissimo acciaio, con sopra rabeschi d'oro mirabili: il petto poi coperto d'una cotta bianca tessuta d'argento con in mezzo la nera aquila ghibellina. Al suono degli oricalchi, al levarsi in alto dei bei gonfaloni ed agli evviva del popolo affollatosi di ogni intorno, moveva dalla piazza e coi principali dei militi s'avviava al palazzo del Comune. Non già a quel palazzo maestoso del Municipio, [pg!25] d'architettura gotico-italiana, che ora veggiamo, del quale non più che da 10 anni (1295) aveva posta la prima pietra il famoso Giano della Bella, quando, bandito da Firenze e qui riparatosi, piacque ai rettori di eleggerlo a potestà. Era invece l'altro antichissimo che in parte fiancheggia il lato destro di quel bel Battistero che allora da Cellino di Nese da Siena sul disegno d'Andrea Pisano da tre anni si costruiva. Il detto palazzo, che a settentrione non aveva case dinanzi, si estendeva alla piazzetta contigua, or del mercato; dal qual palazzo per certo le venne il nome di Sala. Questo nome, che serba ancora, riscontrasi le fosse dato prima del mille e forse all'epoca dei Longobardi: perchè in questa piazza era una statua di Luitprando XVIII, re loro: e questa di sala, è pur voce longobarda che significa palazzo, corte principale e resedio d'autorità.

Qui adunque su quella sua torre, di cui non restan che i ruderi, sventolava a quell'ora il gonfalone del popolo; e nella sala maggiore di detto palazzo, adunati, il gonfaloniere di giustizia coi dodici anziani e i dugento consiglieri del popolo, al capitan degli Uberti, in merito de' suoi grandi servigi, erano per confermarsi i due maggiori uffici, di capitano e di potestà. Com'egli infatti vi giunse e andò ad assidersi al banco del potestà in mezzo a suoi ufficiali, due damigelli riccamente vestiti recarono in un vassoio d'argento al gonfalonier di giustizia la bacchetta del comando, ch'ei di nuovo consegnò all'eletto. Fu un momento solenne, quando gli astanti, fatto silenzio, udirono, il gonfaloniere rivolgergli gravi parole nell'atto della consegna; essendo che anche questa volta, fuor del costume, si riunissero in lui tre grandi poteri; il civile, il giudiciario e il militare. Allora il degli Uberti si alzò, e con lui tutti; e distesa la destra sul libro degli evangeli che gli stava dinanzi: «giuro (pronunziò a voce alta) di difendere e mantenere la città di Pistoia e il suo distretto secondo che gli Statuti comandano: particolarmente di tutelare gli orfani e le vedove; le chiese e gli spedali e tutte le altre ragioni di religiosi, di pellegrini, di mercatanti, rimosso odio e prego, e tutte malizie da questo dì a un anno.» Quindi i giudici e tutti i suoi ufficiali che gli facevano [pg!26] corona, distese le destre, ripeterono a una voce: «giuriamo!»

Dopo ciò, il nuovo eletto disceso col seguito nella piazza, a piede, fra la folla plaudente, si diresse alla cattedrale. Le trombe del Comune squillavano: le campane suonavano a festa. Lo accompagnavano gli anziani, vestiti in lucco di color rosa e ricami in oro, calzatura di scarlatto, e berretta di velluto chermisi guernito di perle e di una candida piuma. Appresso gli ufficiali suoi ed i consiglieri; aggiuntivi ora gli operai di Sant'Jacopo. Procedevano i tavolaccini del Comune vestiti di verde, che, accennando con un'insegna, sgombravano la via. Seguivano i trombettieri, le cui lunghe trombe d'argento erano adorne di una banderuola bianca con in mezzo l'insegna del Comune, la scacchiera bianca e rossa, con fregi e nappe d'oro: ed essi pure in abito di gala, e con in petto una larga piastra d'argento incisavi la detta insegna. Un buon numero di mazzieri con mazze d'argento, vestiti di rosso e di bianco, ne chiudeva il corteggio.

Alla porta del tempio, il degli Uberti, ricevuto dal clero, fu da esso accompagnato all'altare di Sant'Jacopo. Là, il venerando vescovo della diocesi, messer Bartolomeo Simibuldi, orando, attendevalo. Un altro giuramento, secondo, gli Statuti, doveva profferire dinanzi a lui. L'opera di Sant'Jacopo custoditrice della celebre sagrestia de' belli arredi, per le molte ricchezze da amministrare e per la sua dignità, era allora in Pistoia una nuova magistratura. Giunto appena il degli Uberti alla cancellata della cappella, il vescovo lo invitava ad entrarvi. E lì, a piè dell'altare del grande patrono, presenti i detti operai, posta la destra sugli Statuti di detta opera, i quali un chierico sopra un guanciale gli presentava, «giuro, egli disse, di offerire all'altare del messer baron Santo Jacopo un pallio di lire dodici di pisani, il giorno di sua festività.» Allora il prelato solennemente lo benedisse.

Uscito di cattedrale, era di nuovo a cavallo in mezzo agli altri cavalieri nella piazza maggiore. Arrestatosi dinanzi al proprio palazzo fra le cittadine milizie che gli facevano ala, un banditore, dati tre squilli di tromba, a gran voce annunziò al popolo che, per volere dei magnifici signori e [pg!27] consiglieri del Comune, messer Tolosato degli Uberti era stato confermato negli uffici di potestà e di capitano generale delle armi. Un grido universale di lieti evviva scoppiò allora da ogni lato. I cittadini erano omai assuefatti a scorgere in lui la propria gloria e la propria difesa!

All'uscire d'ufficio di ogni capitano del popolo costumavasi che, quando avesse egli ben meritato della repubblica, il Comune lo presentasse di un ricco dono. Ora, sebbene l'Uberti sull'uscire vi fosse subito confermato, il Consiglio del popolo non volle passarsi di far quest'offerta a un personaggio sì degno. Quand'ecco, com'era dell'uso, venire a lui due giovani delle primarie famiglie sopra bei palafreni, portando in alto l'insegna del Comune. I quali, come gli furono rimpetto, prima agitarono i gonfaloni e li piegarono dinanzi a lui: poi, accostatisi, gli presentarono a nome della città, in due vassoi d'argento che i donzelli del Comune porgevano loro; l'uno un pennone, una targa, una barbuta ed un cappelletto con la corona d'oro; l'altro un mesciroba con otto tazze d'argento; il tutto, come narrano le cronache, della valuta di trecento fiorini. In questo mentre gli alfieri agitarono le insegne, i capitani brandirono le spade, e ogni milite levò in alto le lance e gli scudi, facendo così un saluto d'onore al valoroso lor duce. Rispose egli al saluto; e passate in rivista le schiere, con nobili parole le congedava.

Bello e gradito spettacolo fu allora a vedere il marciare animoso di quei militi cittadini nell'uscir dalla piazza fra i lieti suoni delle trombe, e il dividersi come raggi dal centro per tante file, e il luccicar di quegli elmi e di quelle armi, fatte ora più splendide pel sole già alto e promettitore di una bella giornata.