Non appena infatti avevano i baldi giovani depositato alle proprie loggie l'armatura e le armi, che i più, ripreso il saio e la cappa, si davano a raccorre le apprestate corone; e ciascuno alla casa della fanciulla che più gli aggradiva, dove non l'avesse fatto sull'alba, si recava ad appendervi il maio fiorito. Nelle famiglie gelosi riguardi per le proprie figliuole, o pregiudizi fra 'l popolo in quel giorno non v'erano. Cotesta si aveva per un'usanza cavalleresca, e come un culto [pg!28] che ogni giovine dabbene intendeva di rendere al gentil sesso. Il costume era pubblico, e nessuno per certo avrebbe avuto a ridirvi.

Ma già un maio più bello richiamava su quella piazza l'ammirazione di tutti. Era questo un alberello fronzuto di foglia lucida e sempre verde, che ha nome fra noi d'albatro corbezzolo, e che soleva prescegliersi perchè appariva come simbolo di una continua fecondità, portando a un tempo bianchi fiorellini e picce di rosse frutta. Tagliato al mattino sulla collina presso Vergiole, e sfrondato in basso per circa tre braccia a fine di poterlo portare, era stato pensiero di alcuni giovani di adornarne la chioma con piccole corone e molti mazzetti di fiori, legati con nastri color di rosa dei quali avevano cinto anche il fusto. Si sapeva però che l'apprestamento veniva tutto dalle Compagnie delle arti maggiori e minori; dei medici e degli speziali, ecc.; come de' cimatori, degli armaioli e degli artigiani della seta e della lana: di questi in particolare in maggior numero nella città. Tutti quelli che vi appartenevano, cotesta mattina gli avresti veduti con vesti di vari colori e di foggie assai strane, e tutti a far capo intorno a bel maio coi lor gonfaloni. Si era deliberato doversi andare a piantare con gran corteggio fuor della porta di Ripalta, sul prato grande di Santa Maria Maddalena, ora di S. Francesco. E infatti come si furono radunati, vi si condussero con quest'ordine.

Andavano innanzi, aprendo il corteggio, gli araldi delle Compagnie di ciascun'arte, sopra cavalli bardati in foggie tutte bizzarre, come le vesti loro; parte suonando le trombe, parte i tamburelli; e ciascuno con una piccola banderuola in asta che sorpassavagli il capo, portante l'insegna dell'arte propria. Seguivano poi a piede, riccamente vestiti, i rettori delle arti maggiori coi loro componenti e coi loro gonfaloni, tutti intorniati di fiorite ghirlande. Nel centro appariva il gran maio portato in alto da un nerboruto garzone vestito di rosso, cui facevan corona giullari saltanti che percotevano nacchere e sistri: quindi una schiera di senatori di pifferi, di flauti, di nacchere (una specie di timpani), di cenamelle (stromenti a fiato) e di mandolini. Poi un'altra di sonatori [pg!29] di cembali, di crotali, di viole, di arpicordi, di trombe, di cornamuse, che dividevano il gruppo dei cantori delle ballate. Si chiudeva il corteggio coi rettori delle arti minori, loro consorti e gonfaloni; cui dietro faceva pressa una festante popolazione. Lungo la strada non era tabernacolo sacro che non avesse accesi più lampadari, e non fosse attorniato da festoni di freschi fiori. Costume che in questo giorno nella città si continua sino a' dì nostri, coi così detti altarini di maggio. Non v'erano balconi che non si vedessero adorni di tappeti e di ghirlande, e gremiti di spettatori. Fra i quali vi facevano bella mostra le gentili donne, che coi loro sorrisi davan segno di saluto e di compiacenza alla sollazzevol brigata.

Inoltratisi poco fuor della porta, verso il mezzo di un'ampia e verde prateria tutta fiori di primavera, ivi come in suo degno luogo stabilmente collocarono il maio. Subito un gran cerchio vi si formò torno torno dalle genti delle Compagnie. E allora i suonatori, che vi stavano in prima fila, diedero principio ai concerti. Una schiera poi di giovinetti, con vesti a vita e a striscie bianche e rosse e berretti piumati, incominciò su quei suoni a modulare questa graziosa canzone. Era di Guido Cavalcanti, e diceva così:

Ben venga maggio

E il gonfalon selvaggio!

E a me consenta Amore

Di primavera mia

Goder l'almo colore,

Goder la leggiadria

Quanto l'occhio il desia,

Quanto più splende il maggio.

Or mentre fra gli evviva i più lieti, era ripetuta e avvicendata con altre strofe e coi ritornelli degli strumenti, ognuno, ascritto alla Compagnia delle arti, profittava del privilegio di staccare dall'albero un mazzetto di fiori, lasciandovi le corone che v'erano poste per ornamento. E allora avresti veduto quei giovani penetrar fra la folla per adocchiar le fanciulle più loro simpatiche e più avvenenti (in quel giorno tutte ben messe in abito da festa e cinte il capo di fiori) e offrir loro il mazzetto.

[pg!30] Bisogna dire che chi fosse stato in quell'ora su i bastioni delle mura vicine, vi avrebbe goduto del più bello spettacolo. Per quella gran prateria primieramente un brulichio di gente infinita; ma un agitarsi senza disordine; come un cantare e gridare, e qua un suon di trombe, là di tamburi; ma quei canti e quei suoni e tutto quel movimento non essere infine che una viva espressione di gioia.

Sarebbe stato un vedervi sorgere qua e là banderuole infiorate, quasi tanti punti di centro: e trabacche di venditori di vino e di commestibili, dove il popol minuto già s'accalcava; perchè d'ogni parte e di continuo andava crescendo, tanto più per que' che giungevano dalle vicine campagne. Non vi sarebbe stato dentro le mura un luogo sì ampio per raccogliervi tanta gente, benchè allora anche più vasto di quel che adesso. Perchè questa storica piazza non aveva in quel tempo per confine a sinistra che la gran chiesa di S. Francesco, però non compiuta, essendo in costruzione da soli 10 anni (1294). Sul lato destro non eravi alcuna casa, tranne una chiesetta di S. M. Maddalena giù in basso, con poche case del sobborgo, racchiuse poi nel terzo cerchio. Non aveva, gli è vero, nè un terrapieno arborato, nè la regolarità che adesso; acquistava però una certa vaghezza dalla sua maggiore estensione, e dalla cura che si aveva, che, destinata fin da antico a' tornei, alle giostre e a' pubblici diporti, vi fosse il prato ben mantenuto; e gli alberi, sebbene in gruppi irregolari dai lati ed in fondo dove il terreno più rialto si prestava al riposo, gelosamente vi si conservassero. Non essendo poi limitata, come ora, dalle mura urbane, era bello potervi scorgere fra mezzo le piante le più fronzute l'aperta campagna fino alle circostanti colline, e godervi così il vario e quasi sempre sorprendente spettacolo del sole al tramonto.

Era già oltre il mezzo del giorno e il cielo non poteva esser più limpido e l'aria temperata di più mite calore. La gente raccoltasi a gruppi qual sotto gli alberi o sotto le tende, omai posava sull'erbe e su i fiori, e si rallegrava al sorriso delle sue donne e al comune tripudio. Era questa, può dirsi, la festa più popolare di quella stessa, benchè più solenne, ma più nobilesca, del loro patrono il messer barone [pg!31] Santo Jacopo. Colà tutti mangiavano e bevevano insieme, e intonavano le più allegre canzoni.

Dalle Corti, come già in Sicilia, la poesia in Toscana era passata fra 'l popolo. Il suo carattere, in ispecie qui, fu un commisto d'arte pudica e di naturalezza, finchè il reggimento fu democratico, e geloso del buon costume. Solo i poeti che succedettero, imitando servilmente il Petrarca, impoveriron d'assai l'espression dell'affetto. Nè solo prevalse lo spirito pedantesco; ma alle caste canzoni di Dante, di Cino, e del Cavalcanti, cui s'informarono certi canti popolari toscani, tenner dietro le spensierate ed epicuree di Lorenzo il Magnifico, e di altri nell'epoche posteriori. Nè è meraviglia; se si rifletta che prevalenza fino dal quattrocento ebbe in Toscana la letteratura greca e romana; e più che al buono ed al bello che vi splendeva, si tenesse dietro al licenzioso costume del paganesimo. Ma poi, perchè anche questa delle straniere signorie era arte di regno;—corrompere per dominare!—e la corruzione delle lettere e de' costumi preparò allora, e preparerà sempre la servitù! Invece, al tempo di che parliamo, fra un popolo libero e di nobili sensi, non udivansi intonare che canzoni gentili. Qua un drappello di giovinette cinte il capo di fresche rose, adagiate in famiglia su molle strato e alle bell'ombre, cantava sul liuto una ballata di messer Cino; là un'altra di Guitton d'Arezzo. E d'appresso, sopra un pratello rialto ed ombrato, amorosi garzoni rispondevan loro con quelle dell'Alighieri: