«Donne che avete intelletto d'amore».

Tutto spirava serena giocondità. In cielo e in terra, dovunque parea festa e contento.

In varie parti accanto alle trabacche de' venditori de' commestibili, o d'ornamenti e gingilli, si faceva un largo di persone, dentro del quale avresti veduto un saltimbanco dar prova d'agilità delle membra; ora piegandosi in strane guise, ora saltando e facendo lazzi per destare l'ilarità.

Qua un conduttore di cani, che ritti su due piedi li tenea giocolando, e un'accorta scimmia in farsetto rosso buffoneggiava proprio d'intorno. Là una gran gabbia dove si facevan [pg!32] veder pappagalli di vari colori, che sia con l'aspetto o con li strani lor gridi (a male agguagliare come certi uomini) facilmente per poco danaro pascevano la curiosità de' più gonzi.

Di già era l'ora che al suono allegro degli stromenti, e per una piccola moneta ai sonatori, si concedeva a ciascun popolano di fare cinque o sei giri di frullana o di veneziana, di moresca o di trescone intorno al maio con la propria donzella. La cerchia degli astanti soleva ogni tanto far plauso ai più agili danzatori: in specie quando in quest'ultimo ballo precipitoso si vedevan confondersi vesti di mille colori, e volti di grazia e di colore modesto, e chiome brune e bionde all'aura sparse, e occhi vispi e lucenti apparire e sparire in que' vortici.

E a godere di queste danze soleva intervenire negli anni lieti anche la classe de' nobili. Nè questa volta mancarono. Importava loro, or più che mai, per quanto l'abituale orgoglio in molti pur sempre vi ripugnasse, di mostrarsi al possibile più popolari: sì perchè era stata lor contrapposta, per conseguire gli uffici, la istituzione delle arti: sì infine per mantenersi il popolo sempre più fermo e fedele al loro partito. Per lo che a quell'ora vespertina li avresti veduti incamminarsi a brigate fuor della porta; e per cortesi modi e parole, via via farsi largo di mezzo alla folla.

In una di tai brigate era anche il gentil poeta Guittoncino, poi detto sempre Cino de' Sinibuldi. Inoltratosi fra la gente insiem con gli amici, si trovò dinanzi a un gran circolo di persone; dove, in mezzo e presso un'asta piantata in terra con la insegna della scacchiera (lo stemma del Comune, come abbiam detto), vedevasi un giullare, vestito a scacchi per far più breccia nel popolo; con strana berretta rossa, ed in più colori la veste; con la viola da tre corde che gli pendeva dal collo, ed il bossolo della questua dalla cintura.

Cotesta razza di buffoni e di cantastorie brulicava per tutta Europa. Campavano generalmente alle spalle dei gran signori, o dei Comuni (e anche quel di Pistoia ne aveva allora uno suo, denominato Gazzino) ed erano il trastullo di tutte le Corti bandite. Recavano da un paese all'altro novelle di [pg!33] pubblici casi e privati, in mancanza di gazzette e di chiacchiere a stampa; e per questo, e perchè con arguti motti pungevano e destavano il riso, erano, si sa, accarezzati da tutti. Nelle parti però di Toscana, dove il feudalismo, più che altrove, andava scemando, e Corti non v'erano, se ne contavano pochissimi. Costui infatti era venuto di Lombardia e dimorava da qualche tempo in Firenze. Il quale, come seppe di questo straordinario concorso, vi venne subito per tentare un guadagno. Eccolo là infatti, che, dopo aver raccontato le novelle ed i romanzi più strani della Tavola Rotonda e di Guerrin meschino, si aggirava col bossolo fra gli astanti, e, dandosi a questuare con lazzi e parole le più scimunite, aveva raccolto di già buona messe; ma qualche altro tornagusto gli bisognava per alletare. E credette di averlo trovato col cantare alcuni versi di Lemmo da Pistoia, uno degli ultimi e più amabili trovatori che allora vivessero. Annunziava con magnifiche parole, e per far più colpo, essere questi versi di un pistoiese, e messi in musica da quel Casella, eccellente cantore e maestro in quest'arte, e l'amico del famoso poeta Alighieri.

E la canzone, ch'ei stava cantando, incominciava così:

«Lontana dimoranza

Doglia m'ha dato al cor lunga stagione.»