Ma, come messer Cino l'ebbe udito alcun poco, preso da sdegno di sentirsi guastare con un accento il più strano e con indicibili storpiature quelle belle melodie e que' versi di Lemmo amico suo, non potè regger più oltre. Si fece innanzi al tristo giullare, lo riprese aspramente, e gl'impose silenzio. Non è a dire se plaudissero tutti, in particolare le nobili donne a questa difesa del buon trovatore! Quando poco discosto un altro spettacolo attraeva la loro attenzione.

Trattavasi di un astrologo, che si spacciava anche per alchimista e gran fisico. Montato sopra una tavola ingombra di barattoli, era appariscente per la sua nera veste talare, listata di rosso col campo a stelle d'oro, pel suo alto cappello nero a guisa di cono, e per una gran barba che gli scendeva fino al petto. Con una bacchetta, che dicea misteriosa, [pg!34] accennava da prima un gran libro tenuto aperto nella sinistra, che vantava contenere i più rari segreti di quel celebre Zoroastro, inventore dell'arte magica. Ivi, secondo il sistema di Tolomeo, erano delineati i pianeti: ed ei ne dava ad intendere le virtù e gl'influssi sopra il globo terraqueo (immobile, com'ei diceva) e sopra gli uomini: potere ed influssi comunemente creduti anche dai più colti di quell'età. Certo che per vane ed ampollose promesse non avrebbe ceduto in ciarlataneria ai prestigiatori, ed ai medium dello spiritismo dei nostri tempi.

Ma quel che aveva da destare una certa curiosità, era una cassetta con una gran collezione di pietre preziose e di gemme, delle quali come amuleti già fino ab antico fu fatto grande uso in Oriente, d'onde la gran quantità di pietre incise, che ancora ci avanzano, della China, dell'Assiria e di Babilonia, e che egli poi di tutte queste, secondo la teoria, che in allora correva, del provenzale Pietro de' Bonifazi, ne indicava le particolari virtù.

Or via via additando con la bacchetta ciascuna, così cominciò a dire:

—Vedete! Il diamante ha virtù di render l'uomo invincibile; l'agata d'India o di Creta lo fa buon parlatore; l'ametista resiste alla ubriachezza; la corniola pacifica l'ira e le pubbliche liti; il giacinto provoca il sonno; la perla reca allegrezza nel cuore; il cammeo vale contro l'idropisia quand'è intagliato; il lapislazzuli posto al collo de' fanciulli li rende arditi; l'onice d'Arabia e d'India rintuzza la collera; il rubino, sospeso al collo quando si dorme, caccia i pensieri fantastici e noiosi. Affermava che se l'uomo sarà casto avrà sperimentato la virtù del zafiro e del sardonico: lo smeraldo tien viva la memoria e rende l'uomo giocondo; il topazio (chiamato da Plinio crisolito o pietra d'oro) raffrena l'ira e la lussuria; la turchina ci guarda dalle cadute. Ti vuoi rendere invisibile? hai l'elitropia; preservarti dai pericoli? hai l'aqua marina. Il corallo si oppone alle folgori, e l'asbesto al fuoco. Aggiungeva che il berillo fa innamorare; il cristallo estingue le sete dei febbricitanti: la calamita attrae il ferro, e finalmente il granato reca gioia e contento.

[pg!35] Dopo questa gran filastrocca di prodigiosi trovati per raccogliere intorno a sè gli avventori, veniva alla parte per lui più stringente, offrendo in vendita a ciascuno certi suoi particolari specifici. Si sbracciava a narrare quanti mai ne avesse spacciati a Firenze; tanto che si augurava in Pistoia un esito non men fortunato. Ma il vero volpone per guadagnarsi denari e partigiani era giunto in mal tempo. La turba de' gonzi, in specie della campagna, che potea dargli ascolto e comprare in suoi farmachi, era quasi tutta avvinazzata; e tranne che di liquori e di canti, a quell'ora potevi sgolarti, non volea saper d'altro. Sicchè deluso del suo guadagno, irritato che i più attendessero al giullare vicino, si rivolse al circolo del rivale, e a quell'insegna del Comune di Pistoia (la scacchiera) che eravi eretta, e come in tono profetico in questa guisa esclamò:

—Bene sta! gioite, gioite! Ma io leggo già nelle stelle; e su quella scacchiera in luogo di un cavallo e d'una torre, vi scorgo un leone e una pantera; (voleva alludere al Leone di Firenze, e alla Pantera di Lucca) e i giuocatori azzuffarsi e venire al sangue, e... e...

—E che vuoi dirci con questo, eh?—interruppelo un popolano che s'era accorto dell'infausta metafora.

—Venisti forse a portarci il malanno? Fuori di qua, brutto uccello di tristo augurio.

—Fuori, sì, fuori!—un dopo l'altro, e poi un grido di tutti.