—Fuori, e t'affretta!—soggiunse un nobil messere—o ti faremo far la fine del tuo insatanassato Guido Bonatti. Qui non si vuol Guelfi a insultarci!

—Non si vuol, non si vuole! ammazza, ammazza!—da' più risoluti si cominciò a gridare.

E già qualche stile era uscito dalla cintura, quando a un tratto s'udì esclamare:

—Eccoli! eccoli!

—Dove? chi sono?—si ripetè in un subito da mille voci: e non altrimenti che in un campo di grano le spighe sommosse dal vento, fu un piegarsi di mille teste da' berretti rossi o dalli scuri piumati, e andar tutti verso una parte. [pg!36] Distratta così l'attenzione di costoro per altro lato, bastò l'incidente per dar tempo al mal capitato impostore per chiuder la cassetta, porre tutto in un sacco, e svignarsela a gambe. Intanto quell'onda imponente di popolo spingendosi in giù per consenso fino dall'alto della prateria, come trovasse una diga venne ad arrestarsi allo sbocco della via del sobborgo.

Ma chi eran coloro che potevano così all'improvviso richiamar l'attenzione e gli sguardi di tutti?

Lasciato il proprio castello per tornare in città, appunto in quel momento v'entrava a cavallo, e passavasi in fondo del gran piazzale la famiglia de' Vergiolesi. Una vera dimostrazione di general gradimento l'accoglieva sul suo passaggio. Ell'era amata e reverita generalmente: perchè fra le pistoiesi, se non delle prime per larghezza di censo, certo era delle più nobili per blasone, in que' tempi di qualche prestigio; ma poi insieme delle più popolari per affetto operoso alla testa del partito de' Bianchi, quello dell'intera città.

Procedeva la cavalcata con innanzi i tre figli: di seguito il capitan messer Lippo, e a sinistra sua moglie, su due magnifici morelli: dietro, in due coppie, i quattro loro scudieri. Nell'inoltrarsi fra tanta gente, e fra le voci di giubilo che s'udivano d'ogni parte, anche i cavalli si mettevano in brio: e a stento si sarebbero frenati, massime quelli dei giovani, due vivacissimi baio-fuocati, se non avessero avuto così validi cavalieri. Ma popolo e nobili che li attendevano, la gioventù in particolare tutt'accorsa sul loro passaggio, non rifinivano di salutare que' che venivano in prima fila, cioè a dire, gli amabili cavalieri messer Fredi, e messer Orlandetto, e in mezzo loro Selvaggia, la gentile sorella. Cavalcava essa con baldezza e leggiadria singolare un generoso destriero bianco come la neve, che quasi consapevole del pregio di colei che portava, caracollando, scoteva altera la testa, ma senza darle ombra di minor sicurezza. Un semplice abito di tessuto in lana color di rubino, stretto alla vita, dalla cui cintura di cuoio lucido con borchie dorate pendeva una borsa di velluto verde trapunta in oro: in testa poi una berrettina di velluto nero con bianca piuma da un lato, da dove un velo [pg!37] bianco le scendeva sugli omeri e in balia dell'aria si sollevava, davano maggior risalto alla bella persona. Inchinavasi ella in passando agli amici della famiglia, e insiem co' fratelli pareva dicesse loro con gioia: «A rivederci a questa sera.» E fu notato come il saluto fra Selvaggia e messer Cino fosse ricambiato vivissimo, e quale fra chi con gran desiderio si cerca e s'incontra. Chè molti omai si erano accorti dell'affetto particolare del giovine verso di lei: e certi anche amici, o per invidia, o per poter dire di aver interpretato alcuni suoi versi, lo reputavano il fortunato amatore.

Or mentre una sì lieta accoglienza li accompagnava fino alla porta della città, il baccano, il tripudio e i canti del popolo crescevano a dismisura. E già, fatta sera, si vedevano accendere qua e là per l'estensione di quel vasto terreno alcuni falò, e i briosi ragazzi porvi su delle stipe, attizzarne il fuoco, e schiamazzarvi d'attorno.

Intanto poco a poco la gente abbandonava il piazzale e tornavasi alle sue case: molti poi della campagna in grande allegria tenevan dietro a brigate di cantamaggi e di sonatori. I quali, durante cotesta notte e fino alla prima alba come in quella decorsa, andando per la pianura o scavalcando poggi e colline, si recavano a far serenate, e a piantar maggi di casolare in casolare, d'un villaggio ad un altro, innanzi alle case di vaghe fanciulle: per parte, s'intende, de' loro dami, che solevano guidarveli, e che al poeta improvvisatore indicavano il nome di esse, e il tema di lode per la famiglia. Quegli stessi falò come segni di gioia si vedevano giro giro pel territorio, in piano ed in poggio. E fra tante castella che tenevano parti diverse, benchè il contado molto dipendesse dalla città, poteva dedursi da quelle baldorie la indicazione de' luoghi dove abitava la famiglia od un popolo del partito de' Bianchi e de' Ghibellini.