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[CAPITOLO IV.]
AMORE E DANZE.
«Vidi. . . . . . . . . .
Gente che d'amor givan ragionando.
. . . . . . . . Ecco Selvaggia,
Ecco Cin da Pistoia.»
—— Petrarca nel Trionfo d'Amore.
«Vedete, donne, bella creatura
Com' sta fra voi maravigliosamente!
Vedeste mai così nuova figura,
O così savia giovine piacente?
Ella per certo l'umana natura
E tutte voi adorna similmente;
Ponete agli atti suoi piacenti cura,
Che fan maravigliar tutta la gente.
Quanto potete a prova l'onorate,
Donne gentili, che ella voi onora,
E di lei in ciascun loco si favella.
Unque mai par si trovò nobiltate,
Ch'io veggio Amor visibil che l'adora,
E falle riverenza, sì è bella!»
—— Sonetto di M. Cino per Selvaggia.
In quella parte più elevata della città di Pistoia, quasi rimpetto all'antica chiesa di S. Prospero, ora detta di S. Filippo, sorgeva la casa de' Vergiolesi. Era essa, con le più di quel tempo, tutta fabbricata a mattoni senza intonaco o tinta qualunque: con alcune scorniciature dei medesimi alle finestre di sesto acuto, e con grandi archi di pietra che mettevano alle sue logge. Solevano queste, di facile accesso [pg!39] perchè al pian terreno, servir di convegno ai cittadini per novellare, giuocare a tavole, a scacchi, o per negoziare di faccende pubbliche e di private. Nelle case de' magnati era qui dove in prima i forestieri si ricevevano, e gli uomini d'arme della famiglia vi dimoravano come di guardia. Una parte di quell'architettura che avea del grandioso, potè vedersi anco a' dì nostri, finchè la moderna industria, gretta per lo più anche ne' pubblici palazzi, non ne tolse quasi le tracce. Solo adesso la pubblica coscienza per quelli antichi e monumentali ha gridato: «Se non siamo da tanto da poterne erigere de' somiglianti, che almeno, a documento di storia d'un popol grande, si sappiano conservare!» Quanto a questa casa, ad attestare che ivi era, non vi rimane adesso che lo stemma della famiglia a bande trasversali, e nell'interno un avanzo della sua torre. Tutto quel fabbricato, fino all'antica chiesa di S. Biagio può dirsi essere stato un castello presso alle mura del primo cerchio, ed era in quel tempo di pertinenza di messer Lippo de' Vergiolesi.
All'un'ora di notte di quel primo di maggio questa casa splendeva già torno torno di faci, e molti panegli ardevano fin sulle cime della sua torre. Nel cortile come nella loggia si vedevano alcuni uomini d'arme dipendenti dal suo signore. Molta gente andava e veniva per quella via, anche uomini e donne della campagna; perchè cotesta notte, seguitando la festa, i ponti levatoi delle porte della città v'era ordine non dovessero alzarsi. Si soffermavano incuriositi, come suol farsi dal popolo per ogni insolita cosa, e scorgevan di già dai piccoli vetri delle finestre illuminata una fila di stanze a maestro, fino alla gran sala che volgeva a ponente. Stavano nelle anticamere li scudieri ed i servi della famiglia; pronti questi ai comandi; quelli ad annunziar gl'invitati introdotti nelle sale di essa.
In una di queste, la più prossima alla gran sala, erano intorno disposte molte sedie a bracciali, guernite di velluto a colori diversi; belli stipi intarsiati di legni rari e di pietre preziose con sopra vasellami di freschi fiori. I torchietti pure che la illuminavano eran cinti di fiorite ghirlande, conforme il carattere della festa. Là sopra una di quelle sedie, [pg!40] dove nel dossale si vedeva trapunto in seta e in argento lo stemma dei Vergiolesi (uno scudo a sbarre trasverse bianche e celesti), vi si trovava adagiata una gentil donna. Un abito di drappo oltramarino dai colori dello stemma gentilizio, tessuto a fiorami d'oro, con le maniche chiuse al polso; una berretta di velluto chermisi guernita di grosse perle; cintura e fermagli ricchissimi, la designavan subito per una nobile dama. Infatti era essa madama Adelagia consorte del capitan Vergiolesi. Benchè innanzi con gli anni, serbava pur sempre nel volto le tracce della prima avvenenza. L'animo poi sì affettuoso per la famiglia e a tutti indistintamente cortese, le avea conciliato e le manteneva la riverenza d'ogni classe di cittadini.
E già alcuni degl'invitati le facevan corona. Fra questi, favellando col suo Orlandetto, si vedevano nobili damicelli in veste color cilestro o rosato, con in mano piccolo berretto rosso, giubboncino di raso, e calzoni a due colori stretti alla gamba. Allorchè fra di loro col fratello ser Fredi giungeva Selvaggia.
Vestiva essa un bianco abito serico, stretto alla vita con cintura d'argento ed un aureo fibbiale. Una sopraveste egualmente serica cilestrina con grandi maniche aperte dal gomito al polso, e sopravi bottoni e ricami d'oro, ne arricchivano l'ornamento. Oltrechè sul confine delle candide braccia le si avvincevano due smanigli con perle, che pure a un sol filo le pendevano dal collo. Un serto cesellato in argento le cingeva la bianca fronte, e le teneva raccolto il bel volume de' suoi capelli, sì biondi che parevano fila d'oro, e a grandi ricci le cadevan sugli omeri. Il suo volto era bianco rosato. Gli occhi, Cino stesso cel dice, eran soavi e pien d'amore. Alta della persona, snella e dignitosa a un tempo nel portamento. Disegnandone le belle forme, potea dirsi che ritraessero di tutta la grazia greca. La sua voce financo, nè troppo esile, nè troppo grave, le usciva con un suono sì dolce e sì melodioso da farsi udir per incanto. Cotali pregi si piacevano d'ammirare l'invitati alla festa nella nobile figlia del Vergiolesi; quando li scudieri vennero annunziando le une poco dopo le altre, co' lor cavalieri consorti [pg!41] e famiglie, madonna Oretta de' Panciatichi; Imelda e Viola di messer Rinieri de' Cancellieri di parte Bianca; monna Alagia degli Uberti; donna Fiore de' Gualfreducci; donna Ghisola de' Lazzari; monna Bice de' Muli; Dialta de' Tedici; Finamore de' Sodogi; Lieta de' Reali; donna Porzia de' Rossi; donna Lauretta di Laute de' Sinibuldi, l'amica intima di Selvaggia, e le donzelle cugine sue Vergiolesi, Lamandina, Guidinga, Matelda, Albachiara e Argenta. Queste con alcune altre, quasi che tutte della classe de' maggiorenti, per avvenenza, per ricche vesti e per sfoggio di gemme d'ogni maniera, facevano bella mostra: sfoggio già andato tant'oltre a danno della domestica economia, che dal Comune, co' suoi Statuti suntuari, fino a certa misura si tentò d'impedirlo.