Da messer Fredi eran quindi presentati alla madre i principali banchieri della città; gli Ammannati, cioè, i Visconti, i Reali, i Chiarenti, i Panciatichi. Eran costoro una potenza nel paese, e una fonte di floridezza pe' grandi cambi e negozi che facevano in Italia e fuori. Basti il dire che la banca reale degli Ammannati, tre anni avanti volendo assestare i suoi conti, aveva interposto il pontefice perchè da Odoardo re d'Inghilterra fosse sodisfatta di centocinquantamila fiorini d'oro, dei quali egli era debitore a detta ragione. Le venivano presentati pur anche i capitani delle compagnie del popolo, e altri ufficiali del Comune col suo gonfaloniere di giustizia. Nè mancava fra loro il nuovo potestà e capitan degli Uberti, cui primo messer Lippo offerivasi innanzi, grato dell'onore che gli recava. Non è poi a dire con quanta squisitezza di cortesia si volgesse a tutti Selvaggia o con parole o con atti.

Or mentre in lieti crocchi ciascuno a piacere si tratteneva, Selvaggia aveva preso a favellare con le giovani cugine, e pareva che molto si rallegrasse. Ma chi però le avesse letto nel cuore, vi avrebbe scorto non altro che uno sforzo di compiacenza; e a un tempo uno sgomento, una pena, che rivelava talora col guardo inquieto come di chi cerca ansiosamente qualcuno. Eppure in quell'istante quel suo desiderio lo divideva con molte di quelle dame! Omai si sapeva il ritorno inatteso di messer Cino. Chi avrebbe mai pensato [pg!42] ch'ei non fosse dei primi alla festa! Perchè, come dicemmo, non era ignoto l'affetto scambievole fra Selvaggia e il gentile poeta. E se egli è vero che la lunga assenza d'amata persona ne cresce la brama, può argomentarsi se ella bramasse di rivederlo! Egli, il suo Cino, toccava appena sei lustri. Alto della persona, il volto lungo ed espressivo, occhio, vivido, perspicace; preveniente di modi e parlatore leggiadro; egli di nobil casata, che ebbe fra gli avi un console della repubblica, potestà e capitani; e di quegli anni l'onorando vescovo della città. Oltrechè era in lui merito de' più pregiati a quei tempi, quel di legista. Passava di già per un dei più degni fra i discepoli de' celebri professori, Dino Rossoni ed Accursio: e adesso tornava in patria dalla Università di Bologna col titolo onorifico di baccelliere, che lo abilitava alla giudicatura. A farlo anche più accetto al gentil sesso conferivano molto i suoi meriti letterari. Si sapeva oltracciò come negli ultimi mesi ch'ei fu a Bologna si fosse legato d'amicizia non che di concetti politici (lo che ivi fra i Bianchi era grato) col grand'esule Dante Alighieri che al partito dei Guelfi bianchi inclinava, e del quale già si conoscevano alcuni canti dell'Inferno. L'amicizia con gli uomini rinomati dà sempre un prestigio e una compiacenza.

E certo doveva essergli di bel vanto l'avere ad amico un sì sublime intelletto, che Cino appellava diletto fratello e signor d'ogni rima; e cui per la morte della sua Beatrice dedicò un'affettuosa canzone. Già fin dai primi anni era stato fra loro un ricambio di dolci versi. Pensiamo poi quanta fosse la compiacenza di messer Cino nel sentirsi chiamato da quell'alma sdegnosa e parca dispensatrice di lodi, dopo del Cavalcanti il secondo de' suoi amici! Nel suo Volgare eloquio esser detto uno di quelli che più dolcemente ebbero scritto di poesia; che dirozzaron la lingua, che la ridussero districata ed egregia, civile e perfetta; e infine cantor d'amore esser nominato da lui!

E sì veramente l'amore, e l'amor di Selvaggia (e ben ce lo attesta il suo Canzoniere) gl'ispirarono i versi, e quel dolce stil nuovo che differenzia i poeti dai trovatori. Perchè, per quanto i menestrelli e i trovatori siciliani alla Corte di Federigo [pg!43] a Palermo, (e si aggiunga pure i molti che vi convenivano di Toscana, dove eran già noti alcuni scrittori di versi italiani), fosser dei primi a vocalizzare, quasi diremo, la italica lingua su i lor liuti con serventesi e ballate amorose; le fu d'uopo d'esser dirozzata, di farsi pura e gentile, e di esplicare infine tutte le doti che in sè chiudeva di forza, varietà e armonia; lo che non certo le era nè le fu concesso fra un popolo che in generale sentiva ancora dell'arabo e del saraceno; con un Governo dispotico, e che solo per incidenza e per pochi anni ebbe un re dedito alla musica e al poetare; ma potè solo in Toscana e con stabile fondamento, fra un popolo per ingenita disposizione più gentile, con ordini liberi, e il più progredito di civiltà. Ora, sia per mente e per cuore era Cino in quel tempo uno degl'ingegni più eletti. Nè l'amor suo fu già ideale e fantastico come quello de' trovatori amanti di professione. Sebbene rivelato con le forme della scuola platonica, era nobile, caldo e verace. L'aveva accolto in cuor suo già da qualche anno; sicchè da quel dì, com'egli ne scrisse, null'altro chiedeva che

In lei poner la mente

Poi di ritrarne rime e dolci versi.

Angel di Dio somiglia in ciascun atto

La sua giovine bella.

Da lei si muove ciascun suo pensiero

Perchè l'anima ha preso qualitade

Di sua bella persona.

E ciò fin da quel tempo

Che gli occhi suoi gentili e pien d'amore

Ferito l'ebber col dolce guardare.

Nobile era l'affetto che portava a Selvaggia. Lontano, non altro bramava che di rivederla, dicendo che

La sua dolce accoglienza

Gli cresceva l'intenza

D'odiare il vile, e d'amar l'alto stato.

Pregiato vanto d'amore, che ogni donna di accorto e delicato intelletto dovrebbe piacersi di riportare.

E cotal vanto ebbe Selvaggia sul suo messer Cino; perchè egli addivenne primo in quel tempo fra i maestri di diritto [pg!44] civile, ed egregio fra i più gentili poeti. Nè questo culto della poesia disdegnavano allora in Italia le nobili donne. Venturose anzi e felici pubblicamente si dicevano quelle che lo avessero meritato. Fra le quali, prima è da porre Beatrice de' Portinari, donna di virtù piuttosto singolare che rara, come colei che seppe ispirare il sublime cantore della Divina Commedia. E come già innanzi la Nina siciliana di Dante da Maiano, verseggiatrice del pari che la gentil donna Gaia figlia di Gherardo da Camino, nominata con onore dall'Alighieri; quindi si novera la Vanna del Cavalcanti, la Lauretta del Montemagni, la Laura del Petrarca.

Di Selvaggia poi potea ben dirsi che fin dai primi anni quella sua gentil alma fu tocca da una straordinaria visione del bello, di cui Cino le apparve effigiatore nelle sue dolci rime. Ma sì era modesta dell'animo, che, per quanto affetto nutrisse in cuor suo, non comportava però che ei nel pubblico e con pubbliche lodi lo palesasse. Tale è il concetto d'un suo madrigale che si legge fra le rime di messer Cino. Ella di nobil gente, di squisito intelletto d'amore, ben s'addiceva che con l'arte del canto e del toccare il liuto, si fosse data a coltivare le lettere rifiorenti allora in Italia, e nobil palestra d'ogni civile persona. Angelica creatura veramente era essa. Una di quelle, che in tempi di feroci passioni e fra uomini discordevoli, pure, umili, e in sè raccolte, erano destinate a molto soffrire per tentare di ricondurli a più miti affetti, al perdono, alla pace.