Questo ora sapeva male a Musone d'averla a far con un uomo sì feroce e sì destro, e con armigeri notte e dì a perlustrare ogni via che mettesse al castello. Il colpo da [pg!255] tentar su Selvaggia, con la relazione stretta già con quel Vanni, gli pareva bell'e fatto. Per suo mezzo si sarebbe appiattato con altri in casa sua all'insaputa della stessa moglie, e quando Selvaggia, com'era solita, vi fosse giunta, con uno strattagemma allontanata pur dietro casa Maria, l'avrebber rapita. Sicuro che allettavalo a ciò la grossa somma, che per mezzo di Nuto, il Fortebracci gli aveva promesso. Ma prima di trattarne con Vanni, nel mestiere non ancora matricolato, com'ei diceva, perchè poi non l'avesse a tradire, tentò più volte se avesse potuto prender non visto qualcuno di que' sentieri per al castello: quando, trovatili sempre come assiepati di militi, ei senza più desistè dall'impresa, e al Fortebracci la dimostrò per allora impossibile. Premevagli troppo la pelle che poteva salvarsela con altri guadagni, senza che avesse a rischiarla cotanto per far servigio a costui. Gli bastava d'intendersela con quel furbaccio dell'oste della Moscacchia per sicure corrispondenze, e talora col giungervi nottetempo egli stesso. Lì sul confine, per un andirivieni di passeggieri, la palla al balzo o più presto o più tardi gli doveva capitare: e forse di nuovo in altro modo (diceva in aria di mistero al Fortebracci forte irritato con lui) non dubitasse, gli avrebbe giovato.

Frattanto che era mai avvenuto delle minacce del Legato di Bologna, e delle intimazioni al Vergiolesi di sgombrar dal castello?

Dopo la risposta assai perentoria che il Vergiolesi gli aveva spedito, si eran risolute a parole. Incerti sempre i Bolognesi delle forze che avesse, in quanto che quella sua gente (non molta a dir vero), facendola comparire a brigate or qua or là sulle alture di que' burroni, aveva fama di essere straordinariamente accresciuta; non intendevano rinunziare all'impresa d'un'aggressione al castello, ma frattanto temporeggiavano, aspettando occasione più propizia.

Se al capitano premeva molto, in pro suo e del suo partito, la difesa di quel fortilizio, non meno gli stava a cuore che i poveri Pistoiesi fosser trattati il meno male possibile. Però non mancava per mezzo de' suoi corrieri d'aver contezza di tutto, e quasi ogni giorno: in particolare dal suo [pg!256] degno concittadino ed amico Lapo de' Rossi, che, come dicemmo, succeduto a messer Cino nell'ufficio di giudice delle cause civili, era di pari animo nell'amore alla terra natale. Dire che i Neri si ritraessero da quel governo era ormai impossibile. Ma che non vi si tenessero con angherie inaudite e sempre peggiori, questo era che almeno chiedevano. Dove che avendoli supplicati da ogni parte ma senza frutto, que' miseri cittadini si vedevano ridotti di nuovo alla disperazione. I Lucchesi più che i Fiorentini eran quelli che più li tribolavano. E' dicevano apertamente che volevano disfar Pistoia.

Narran le storie che di recente era stato mandato loro da Lucca per capitano un certo Tomuccio Sandoni. I Pistoiesi perchè lo seppero di vil condizione e disagiato, e che al solito avrebbe inteso più a guadagnare che al bene della città, non lo voller ricevere. In questo, a dì 5 di giugno 1309, si levò un improvviso rumore che parve una voce che venisse dal cielo, e fu un gridare per ogni via: «Afforziam la città!» Allora un suonare a stormo da ogni campanile; e veder uscir tutti quanti uomini e donne, chi a prender tavole, legnami e ferramenti, chi a fare steccati e bertesche intorno alle mura abbattute. In poche ore la città era tutta afforzata. Poi cominciarono a scavare i fossi dal lato di Lucca. Ser Tomuccio, spaventato da questa rivolta, corse a Lucca e riferì l'accaduto: e subito i Lucchesi con grosse schiere, popolo e cavalieri, cavalcarono per Valdinievole. I Pistoiesi sentito questo, mandarono in contado per tutti i loro amici, che dalle castella movessero armati a difenderli: e messi fuor di città ragazzi e fanciulle, deliberarono, che se i Lucchesi venissero, disperatamente gli avrebbero combattuti fino agli estremi; perchè dicevano: «Meglio è morire una volta che mille!»

Di già l'oste lucchese si era avanzata fino all'Ombrone, a un miglio circa dalla città. Tanto bastò! I Pistoiesi usciron subito; e col forte proposito di morte dare e morte ricevere, si baciarono in bocca l'un l'altro; e via, serrati in schiere, e con l'armi in pugno a respingerli! Eran quasi presso all'Ombrone, quando, con gran stupore, videro arrivare [pg!257] di là dal fiume il capitan Vergiolesi! Era stato l'amico De Rossi che l'aveva di tutto informato. Ed egli, saputa appena l'iniqua aggressione, si era mosso dalla Sambuca con militi a piede e a cavallo, acresciuti di gente del contado lungo la via. Preso ardimento da tante armi che aveva raccolte, varcato l'Ombrone più in alto, lo costeggiava dal lato destro per venire a tendere una imboscata al nemico dopo disceso dal Serravalle. I Lucchesi allora accortisi del pericolo, nel timore di esser serrati dalle avverse schiere, non osarono di passare il fiume. E peggio per loro se lo avessero fatto! Così li ammonirono certi savi uomini fiorentini, che, essendo in Pistoia, si recarono al campo lucchese, e li consigliarono a retrocedere. Tanta era la gente in armi della città e del contado, irritata e risoluta a combatterli, che al primo scontro sarebbero stati disfatti.

Molto allora fu lodato da ogni classe e fazione di cittadini il generoso e inaspettato soccorso del Vergiolesi. Riconobbero tutti che non poteva esser giunto più opportuno e propizio per distogliere dalla comune terra natale il fiero nembo che sopra le si addensava. Un'ambasceria de' più notevoli pistoiesi con a capo il De Rossi incontanente recossi a lui per rendergli grazie. Ma già egli, appena ebbe visto che i Lucchesi se ne partivano, conseguito l'intento, raccolti i suoi, se ne tornò alla Sambuca.

Sparsasi la notizia d'una spedizione sì fortunata, e al sapere che sotto l'insegne del capitan ghibellino molti sempre accorrevano, il suo partito nel Pistoiese e altrove ne prese animo: tanto che a Firenze alcuni giovani segretamente deliberarono di cavalcare alla Sambuca a rafforzargli le schiere. Non appena il capitano ne fu informato, che descrisse loro per lettere la via da seguire; e promise che al castello di Treppio avrebber trovato un suo messo per guidarli sicuri in Sambuca.

—A cavallo, a cavallo!—s'udì gridare una tal notte sulla spianata d'un castello degli Adimari, sulle belle colline di presso Empoli. E i valletti di subito a trarsi ciascun per le briglie a due a due i destrieri, e condurseli innanzi alla porta del turrito castello; assicurarsi se le selle fosser ben [pg!258] cinte, le bisacce con quel che occorreva: un chiedersi a mezza voce fra loro se tutti eran pronti; e là fra le tenebre, al dischiudersi di quella porta, seguendo il figlio del castellano, una trentina di giovani eran tutti in arcioni.

Quelli che tenevan co' Cerchi, e con parte Bianca, de' Fiorentini erano adesso tutti gli Adimari, tranne de' loro M. Filippo di M. Boccaccio—lo fiorentino spirito bizzarro—detto Argenti anche da Dante, perchè ricchissimo, e aveva la boria di far ferrare d'argento i cavalli. Poi i Mozzi, i Nelli, i Mannelli, i Bardi, i Rossi, e il Baschiera della Tosa: poi gli Abati, i Malespini, gli Scali, i Falconieri, i Gherardini, i Bostichi, i Giandonati; que' dei Pigli, de' Vecchietti, degli Arrigucci, dei Cavalcanti: solo alcuni de' loro però; perchè in una stessa famiglia, spesso accadeva che altri seguisser l'avversa fazione. Molti poi de' popolani minuti, fra' quali, M. Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e il Corazza Ubaldini, e i più de' Ghibellini di Firenze. Di queste casate uscivano i prodi giovani che dicemmo; venutivi co' propri cavalli e armati di tutt'arme, e già postisi in via pel generoso divisamento di soccorrere il Vergiolesi. Altrettanti del popolo dovevan seguirli, quando costoro giunti a Sambuca li avrebbero avvisati.