Era una bella notte d'estate. A un'aria fresca, sotto un cielo stellato, per luoghi domestici, il viaggio non potea cominciarsi con migliori auspici. Speranzosi tutti, di forte animo, e uguali e concordi, non avevan neppur pensato ad eleggersi un capo che gli guidasse. Solo per la molta stima che avevan per l'Adimari, degno erede di quel Bellincion Berti, figlio di Berto Adimari e padre della bella Gualdrada, da Ottone il grande data in isposa al conte Guido da Poppi; poi perchè da lui invitati, quasi a un comando vi s'eran raccolti; tacitamente lo riconobbero come lor condottiero.

Avanzatisi verso Prato, avevan di già risalito il fiume Bisenzio, e piegando poi a Cantagallo, eran giunti a pieno giorno su per le gole appennine. Incerti di che animo i castellani di Treppio fossero verso loro, e come gli avrebbero accolti, propose l'Adimari e fu consentito da tutti, di far alto lì all'aperto fra quelle selve: discesero allora: e legati i cavalli ai vicini castagni, si adagiarono sul molle strato; e [pg!259] a quell'ombre, fra gli scherzi e la spensierata allegria di quell'età, coi cibi portati a una fonte vicina, si diedero a ristorarsi. Ripreso poi il cammino, prestamente giunsero a Treppio. Allorchè si fece loro incontro un pastore, che diceva essere stato spedito dal capitan Vergiolesi per servir loro di guida fino al Castel di Sambuca. Non dubitarono punto che costui fosse quegli che il capitano promise di inviar loro lassù, e dietro tale scorta credutisi più sicuri, proseguirono il viaggio.

S'avviavano in un alto piano per mezzo a bei castagneti, rasentando talora lo scrimolo di strette e profondissime valli, formate da un altro torrente Limentra. Discesi poi al villaggio di Badi, e di qui posto piede nel territorio bolognese, mentre avrebber dovuto sempre costeggiarne il confine e direttamente calare a Pavana per risalire a Sambuca; invece da quel pastore, pensatamente fatti sconfinare, furon guidati verso di tramontana. E intanto costui, giù giù per una strada scoscesa, dava ad intendere a tutti quanti, ignari affatto di quelle vie, che non facevano che costeggiare il confine toscano, dentro il quale era quel villaggio che già scorgevano in basso nella valle dell'altra Limentra, e dove di necessità dovevan far capo per varcare questo nuovo torrente. Chi gli avesse veduti que' baldi giovani per quella poca pianura che trovarono finalmente prima d'entrare nel villaggio, dopo un discender sì faticoso! Andati sempre sui monti l'uno dopo l'altro e spesso a piede con a mano i cavalli, ora montati in sella si avanzavano a due a due; ma più briosi i cavalli, e i cavalieri più lieti, più loquaci e già soddisfatti; scorte al fine, sul poggio dinanzi, le mura merlate del Castel di Sambuca!

A colui che volesse avere un'idea della foggia di que' cavalieri e militi cittadini a un tempo, credo che non potrebber meglio offerirgliela che gli abitanti dell'isola di Sardegna, allorchè sulla sera villici e proprietari a cavallo, dalla campagna (non avendovi ancora che poche case coloniche) fanno ritorno in città. Portano in capo un nero e lungo berretto di lana che ricade loro da un lato: a sera poi vi sovrappongono il cappuccio che tengon dietro alla cappa, com'era uso nel medio evo. Se non che nella estate se la gittano dietro [pg!260] le spalle. A una cintola di cuoio tengon appese le corte armi. Vanno a drappelli, cavalcando piccoli ma vivaci destrieri dell'isola, con gran bisacce sui fianchi; e solo invece di picche (s'intende) hanno schioppi, che, o tengono in obliquo sopra una spalla, o per traverso dinanzi alla sella, ossivvero nella destra elevati, col calciule posato sul fianco.

Con questo modo presso a poco entravano i nostri giovani nel villaggio, senz'avvedersi di essere stati condotti su quel di Bologna, in un paese nemico, e nel covo del rio Musone al villaggio della Moscacchia! Trafelati però e infiacchiti dal disagio e dal caldo, dopo essere stati per tante ore a cavallo, veduta l'insegna d'un'osteria, non parve vero a ciascuno di farvi alto, e prender di nuovo da ristorarsi.

—Oh! qui c'è tutto, messeri; venite, venite—disse loro la guida, che già per la via faceva presentire a' loro stomachi questo conforto.

—Tutto, tutto abbiam qui, e a' vostri comandi, gentiluomini riveriti—soggiunse l'oste dalla porta dell'albergo, levatosi il suo bianco berretto, e mostrando un faccione rosso come un gambero, con certi cernecchi di capelli rossastri e setolosi, e tentennando la sua gran pancia, sostenuta da un paio di gambe corte corte.

—Entrate, entrate!

E data un'occhiata per traverso alla guida, questi, come se per caso nel passare si fosse in lui imbattuto, gli susurrò alla sfuggita: «Son loro!»

Inteso ciò, il mariuolo dell'oste con un'aria tutta ridente se n'andò attorno a que' cavalieri a raddoppiar di profferte e di salamelecchi, e a prender gli ordini per preparar loro la refezione.