Stupirono a prima giunta, e si guardarono l'uno l'altro; poi alzatisi tutti:—Traditore di guida!—esclamarono; e si sarebber dati a strepitare e disporsi a difesa. Ma l'Adimari con molta serietà disse loro:—E non vedete che siam disarmati? Incauti noi! Ora ci è forza d'arrendersi!

E ben si avvisava. Cinquanta lance a cavallo, al cenno della perfida guida erano uscite dal bosco vicino, e agli ordini del capitano della montagna bolognese avevan già circondato la casa; e altrettanti militi a piede impadronitisi de' cavalli e delle armi loro, e solo restituite le vesti, li avevano circuiti, e legati e prigionieri li scortavano a Bologna. Ma un tradimento siffatto non era stata la sola guida a compirlo. Bisogna sapere che il ritorno del capitan Vergiolesi alla Sambuca dopo il felice successo riportato sopra i Lucchesi presso Pistoia aveva talmente rianimato lo spirito di sue milizie, che già nella mente esaltata si fingevano di poter presto prender la rivincita sopra i Guelfi Neri. Alcuni capitani poi del Vergiolesi non s'eran guardati di palesar liberamente a Selvaggia, forse per consolarla, ma presente la [pg!263] sua fantesca Maria, l'aiuto che attendevano da Firenze da' giovani Ghibellini, la via che avrebber tenuto, la guida che per loro spedivano a Treppio, e fino il dì dell'arrivo. La buona Maria a quello sciagurato di suo marito, che ogni tanto tornava a casa dando ad intendere di andare a opra qua e là, e le riportava danari, per effetto di buon cuore e dalla gioia che ne provava gli confidò ogni cosa per filo e per segno. Tanto bastò che ne fosse informato Musone. Questi mandò subito a Treppio la falsa guida. Di quella poi spedita dal Vergiolesi andò in cerca egli stesso con quanti più uomini potè raccogliere, penetrò fra i boschi e sulla via fino a Treppio, l'appostò, e gli riusci d'arrestarla. Ne fece prevenire l'oste della Moscacchia suo manutengolo; e prima d'ogni altra cosa pattuì per una grossa ricompensa col capitano della montagna la consegna di quella brigata di Ghibellini. Preziosa occasione che quel capitano, a costo d'aver che far con costui, non si lasciò sfuggire, per acquistar favore e denari dal vigile Cardinale. Frattanto Musone con questo colpo faceva, come suol dirsi, un fatto e due servizi. Dava ad intendere al Fortebracci nascosto lì in quell'osteria che tuttociò aveva operato per favorire i suoi disegni, quelli d'avversare ad ogni costo le mire del Vergiolesi, e di avvilire e prostrare quel suo odiato nemico. D'altra parte al capitan bolognese mandava dicendo, vedesse un po' a che imprese arrischiate si fosse dato per attestare a messer il Cardinale la sua devozione al partito dei Guelfi.

Ma il comune dettato che il diavolo le insegna fare ma non conduce a buon porto, e che una le paga tutte, parve che fosse noto anche allora. Infatti così dicevan fra loro in una grossa brigata i militi del capitan Vergiolesi, il giorno stesso che i giovani Ghibellini erano stati fatti prigionieri. E lo dicevano perchè riprendendo la via del castello, avevano poco innanzi nientemeno che appiccato agli alberi lungo la via, Musone e diversi altri di sua masnada! Chi glie l'avesse detto al tremendo bandito che dovesse perder la vita per man di colui al quale tuttodì la insidiava! Ma tant'è; la sua sorte questa volta non gli fu dato sfuggirla! Cadde in un'imboscata su quel di Pistoia mentre per vero avea tentato [pg!264] un bel colpo; non pensando però al pericolo in che s'era posto, con l'arrestarsi in que' pressi per trattenervi la guida sorpresa, finchè non suppose allontanati di molto i militi del capitan bolognese, col quale aveva trattato sì, ma però alla larga per sospetto d'un brutto giuoco. Or mentre il Vergiolesi, avvisato, era accorso con molti uomini sulle tracce di que' giovani generosi, Musone e i suoi scherani furon circondati da lui, e tutti come assassini il capitano militarmente li sentenziò, ed ebbero quella morte.

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[CAPITOLO XXIII.]

I TRISTI PRESAGI.

Quanti dolci pensier, quanto desio!

—— Dante, Inferno, Canto V.

L'autunno era già avanzato. Alla montagna alta il freddo si fa sentire molto innanzi che al piano, e v'anticipa i tristi giorni. L'aspetto del cielo non v'è più bello siccome suole di quell'azzurro cristallino, di quel sereno diafano, privilegio di quelle alture. I primi venti, le prim'acque distruggono quel poco di florido che v'era rimasto, e rallegrava pur sempre i campi e le selve. Le rose selvatiche dell'estate, le rosse violette garofano, i fior bianchi e i gialli stellati, e altri molti di svariati colori, dai cigli, dai prati verdissimi, dal molle strato delle selve sono scomparsi. Dovunque tu volga il piede non calpesti che le foglie degli alberi, che poco fa eran lucide e verdi e piene d'umor vitale, ma che ora ingiallite e secche, a ogni venticello si spiccano, finchè a una a una non sien rese alla terra.

In un di cotesti giorni una luce fioca penetrava dalle finestre nella camera di Selvaggia; perchè la nebbia sollevatasi dai sottoposti valloni, viepiù offuscava l'incerto raggio del sole, che trasparendo da molte e piccole nuvole, giungeva sbiadito, e come le piante, rattristava li spiriti.

Lauretta era l'unica con cui Selvaggia lassù potesse aprire il suo cuore. Da qualche mese aveva fatto ritorno al Castel di Sambuca, abbandonato ora del tutto quel di Vergiole, [pg!266] dove messer Fredi consorte suo aveva voluto si riparassero co' suoi dopo l'assedio, ma dove neppur là i nuovi governanti li lasciavano in quiete, ma anzi li angustiavano con persecuzioni continue. Solo per pochi giorni ridiscesa a Vergiole, adesso era tornata presso l'amica per non più abbandonarla.