—Voleva dire che, chiusa fra queste mura, senza neppure poter respirare da qualche tempo un po' d'aria libera.... vedere il verde della campagna.... Oh! ma che dico! anch'essa la campagna è già triste! Gli alberi han perduto le foglie come io la speranza! Oh! dove sono le rose e le viole che mi fiorivano nel giardino di nostra casa? Qui il gelo e la neve ricuopre e inaridisce ogni fiore non solo, ma ogni fil d'erba e l'uccide: e questo gelo, lo sento, è il mio gelo di morte! Quelle allora eran le rose della mia giovinezza, e mi piaceva tanto di coltivarle! Perchè poi d'ogni fiore io m'ingegnava di trarne un simbolo di speranza. Ma oggi!...

Cui subito Lauretta:

—Stagione di fiori certo non è questa, e dovunque; e per uscir poi all'aperto, per te così debole, non sarebbe opportuno. Ma tornerà primavera col suo clima più tepido, e [pg!269] anche qui la salute, sì, sì, mia diletta, la salute sul tuo viso si vedrà rifiorire. Questo però a patto che tu or non disperi.

Ed ella:

—Ah sì! al par di me tu lo sai, buon'amica, vi sono steli che anche spiccati innanzi tempo dal fusto, con qualche cura fioriscono: ma di vita artificiale e d'un giorno. E a chi vorresti desiderar cotal vita?

Poi come fa chi, di fervida fantasia, vorrebbe pur anche da lievi cose trarre argomento a sperare, benchè sulle labbra per un triste presagio non abbia che lamenti e sconforti, di quell'ultime parole di Lauretta lasciatone interprete il core, con più vivezza riprese:

—Purchè io non disperi, dicevi! Avresti forse, Lauretta, qualche buona nuova da darmi? Perchè non t'affretti, se puoi, a trarre d'affanno la tua Selvaggia? Non fosti tu sempre la mia prima amica? Non ricordo io forse quando noi fino da fanciullette cominciammo ad amarci? Oh allora!... allora io era felice! E fu un tempo che tu stessa solevi appellarmi avventurosa fra tutte: e per qualche anno, nol nego, ne sentii compiacenza. Era forse quel dolce tempo quando io in primavera nel mio castel di Vergiole, con altre donzelle (e spesso tu pure) me n'usciva all'aperto dinanzi al piazzale, e mi piaceva di scherzar col falcone sul braccio, e lanciarlo nelle regioni dell'aria, e docile ed addestrato, vederlo far larghi giri, e ritornar sopr'a me. O me n'andava a diporto pe' vicini e culti verzieri di rose, di mortelle, e di lauri; alle bell'ombre de' contigui boschi di lecci, d'albatri e di felceti: o anche talvolta giù in basso pe' prati, e sulle rive fiorite del rio. El era con voi, dolci amiche, se ben mi sovviene, che in pienezza di gioia, e improvvida dell'avvenire d'ogni fiore mi tesseva ghirlanda, d'ogni canto mi dilettava. Oh! le mie belle colline, ove sì benigna e soave è la guardatura del cielo!... un tepore, una vita... e tanto ampio e tanto lieto orizzonte! Ne' tempi poi più vicini ben io ricordo che talora al castello rimasta sola, dal mio liuto soleva trarre armonie melodiose, mentre che nell'acceso pensiero vagheggiava il ritorno d'alcuni de' miei e quello di lui!... [pg!270] Oh! care fantasie! o bei giorni ridenti!... E ora!!... Le corde del mio liuto!... vedilo là appeso a quella parete—si son rilassate come le fibre di questo cuore! È vero che anche per più gravi cagioni! Provasti mai, Lauretta, quando l'animo tuo per gioia o per doglia è fortemente commosso, ad aver bisogno di espandere in qualche modo il cor tuo? Vedi (e m'avrai anco spesso sentito) era proprio allora ch'io soleva ricorrere al mio stromento, come ad un fido amico, e sola nel segreto delle mie stanze, toccando quelle corde io vi diffondeva tutta l'anima mia: e que' suoni talvolta sposati a qualche mio canto, anco non volendo m'uscivano or mesti or lieti, secondo che mesta o lieta io mi fossi, e armonizzavano con gl'intimi sensi che avevano in me predominio.

E Lauretta:

—Oh! se il rammento! Que' suoni tanto prendevan qualità dallo stato dell'animo, che anche di lunge avrei potuto comprendere quale ti avrei trovata quel giorno.

—Or bene, mia buona amica—soggiungeva Selvaggia—questo caro, questo prezioso conforto io lo perdei da quel giorno che una guerra fratricida fu dichiarata al nostro paese. Pur troppo una dura necessità la difesa! Noi vinti, tutto, tutto perdemmo!... Nondimeno quel mio stromento oh sì! me lo volli con me nell'esilio. Quassù, è vero, non era il caso di doverlo appendere come le giovani ebree ai salici del fiume d'una terra straniera. Ma i nemici, tu sai, non ci son lungi! Gli elementi c'imperversano, e ovunque è squallore e isolamento! Almeno se, pur non tocco da me, il mio povero liuto avesse avuto potenza di rendermi un qualche suono, l'avrei appeso come un'arpa eolia alla rocca del castello, perchè di lassù i venti pietosi mi susurrassero fra quelle corde la mia mesta elegia! Poche volte, quando un breve sereno mi riapparve su questo cielo tanto ingombro di nubi, mi diedi a levare alcun suono. Ora però quelle corde... rilassate non solo, ma credilo, sono infrante!... infrante per sempre! Così, che resta mai, anche sol nella mente, di que' giorni giovenili e sì lieti che tutti voi m'invidiaste? Un dolore, un gran dolore, il ricordarsi de' tempi felici! Oh! se sapessero ora come cambiati! Dimmi, dimmi, [pg!271] Lauretta, non ho io sempre seguito col fido sguardo, il mio astro? Io lo credevo astro di luce perenne: e invece, ahimè! è sparito dinanzi a' miei occhi come una meteora! Eppure quante volte sperando mi sono illusa! Perchè, perchè inesorabile tanto? Per qual dura cagione, per quale?... L'ho io forse meritato un sì spietato abbandono?