—Non dubitare! Con ogni riguardo. È necessario d'altronde che questo fatto, venuto a scoprirsi, sia palese anche a lei, perchè così spero che le torrà ogni sospetto e ogni più piccol rancore.

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[CAPITOLO XXV.]

LA MORTE.

Ohimè! vasel compiuto

Di ben sopra natura,

Per voltar di ventura

Condotto fosti suso gli aspri monti,

Dove t'ha chiusa, ohimè! fra duri sassi

La morte, che due fonti

Fatt'ha di lacrimar gli occhi miei lassi!

—— Canzone di Messer Cino.

La salute di Selvaggia era omai disperata! Il lento morbo e uno sfinimento continuo la sospingeva agli estremi. I patimenti morali pareva che ora fosser quelli che più la facesser soffrire. La buona Lauretta che giorno e notte vegliava al suo letto, era la sola cui sovente soleva sfogare quel suo cuor desolato. Il padre e il fratello le nutrivano un'affezione che mai la maggiore. E pur troppo, senza che ella avesse mai svelato loro il suo animo, comprendevano anche la cagione ultima de' suoi mali (perchè invero i disagi patiti per tanto tempo furon la prima e la più potente) e ne sentivan dolore. Non erano valsi altri messi, altre lettere che il capitano aveva spedito al Sinibuldi, sia per informarlo dei tristi casi di famiglia, come per aver notizie delle speranze de' Ghibellini, e prender consiglio sul tenersi al castello. Una sola risposta n'avesse mai ricevuta! Lo che gli aggiungeva d'assai lo sgomento. L'arte salutare con cui procurava che la sua diletta fosse soccorsa, per quel corpo sì infermo era omai divenuta impotente. La desolazione era entrata fra quelle mura! L'austero Ghibellino che non si sarebbe commosso dinanzi a un esercito il più formidabile, or dal dolore della cara figliuola mostravasi affranto e avvilito a tal segno, che moveva a pietà. L'avresti veduto nella sua stanza immobile talora come una statua, fiso a terra lo sguardo, con le braccia incrociate, senza voler vedere e parlar con alcuno. Poi come riscosso e richiamato da un dovere, andar frettoloso a quel letto, tanto per poter ripetere:—Tu soffri! coraggio figlia mia!—E allora vedeva lei affiggere in esso que' suoi begli occhi, e la udiva con fioca voce articolar queste parole:—Oh! io lo vorrei: anche per te, padre mio! ma anche per questo mi si sceman le forze!

Messer Fredi poi non reggeva allo strazio. Animoso quanto cavaliere potesse mai, pure, ogni volta che a lei s'appressava, non v'era modo che frenasse le lacrime.

Frattanto Selvaggia aveva passata la notte anche più affannosa. A Lauretta, che non l'aveva lasciata un istante, era parso di scorgere un notevole peggioramento. I deliqui cui andava soggetta s'eran rinnovati più spesso: le forze non che riprendere parea che scemassero. Solo nel giorno un sonno profondo, per quanto breve, l'aveva un poco rianimata.

Quando il padre, il fratello e fra Buonaventura entrarono nella camera, ell'era già desta; e avendo preso un lieve ristoro, le pareva di sentirsi riavuta. A mirarla in quel letto, la persona quasi a metà sollevata; la sua bionda testa da' guanciali sorretta; la sua faccia pallida sì, ma con que' delicati contorni, e le guance d'ogni lieve impressione facili a colorirsi; que' suoi occhi sempre soavi, lucidi e penetranti; la mente poi nel suo pieno vigore, avresti ancor dubitato che il suo male fosse quasi agli estremi.

Alle più affettuose parole del padre e del fratello ella diede risposta con amorevol sorriso, come soleva, per non mai sconfortarli.