[CAPITOLO XXVI.]
DOLOROSO PASSAGGIO DELL'APPENNINO.
«Signore, e' non passò mai peregrino,
Ovver d'altra maniera viandante
Con gli occhi sì dolenti per cammino
Nè così grevi di pene cotante,
Com'io passai per il monte Appennino,
Ove pianger mi fece il bel sembiante.
Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,
Ch'amor con le sue man mi pone avante.»
—— Sonetto di M. Cino a Dante Alighieri.
Correvano già molti giorni, e del grande infortunio il capitano non si poteva dar pace. Indarno i parenti e gli amici, e primo di tutti Bonaventura, con ogni sorta di confortevoli cure s'adopravano a ricomporre la sua mente quasi sconvolta. Se da un lato il Vergiolesi avrebbe voluto rimanersi per sempre presso la tomba di quella cara figliuola, dall'altro il pensiero che quel suo castello dove aveva trovato alquanto di calma, era stato pur quello nel quale dovè mirarsi distrutte le sue più care speranze, tutti questi contrari affetti combattevano fortemente nel suo cuore e ne facevano orribile strazio. Se non che il timore d'esser astretto a ceder per forza cotal fortilizio, e di saper profanata fors'anco l'ultima dimora della sua Selvaggia dalle irruenti soldatesche nemiche, fe' sì che un tal giorno, chiamato a consiglio messer Fredi e l'amico Buonaventura, risolse che piuttosto che veder quella terra e la rocca in potere de' Bolognesi, dovesse spedirsi un messo a Pistoia per profferirla in vendita ai signori di quel Comune. [pg!290] La somma da pattuirsi fu stabilita in lire undicimila, purchè concedessero a lui e alla famiglia di ritirarsi e rimaner sicuri a Vergiole.
Per compire in segreto una sì delicata missione nissuno gli parve più adatto dell'amico suo lì presente; tanto più che preso omai questo partito, voleva che senz'indugio e non più oltre di dodici giorni fosse dal Comune ratificata la scritta ch'ei gli inviava, per poter sgombrare dall'infausto castello.
Fra Buonaventura non esitò un momento ad accettar la missione; dopo la quale se ne sarebbe tornato al suo chiostro a Firenze. Venutosi dunque con l'amico e con la famiglia ai più dolorosi congedi, cavalcò per Pistoia. Colà al palazzo del Comune fatto capo al gonfaloniere di giustizia e questi adunato subitamente straordinario consiglio, Buonaventura con accorte e savie parole dimostrò agli adunati l'utile grande che da simil proposta potevan ritrarre; e che però non dovessero lasciarsi sfuggire la propizia occasione d'aver essi, piuttosto che i Bolognesi, un sì valido baluardo ai loro confini qual era quello della Sambuca. Niuno infatti fece opposizione a sì util proposta. Chè anzi ben accolta e ratificata in quell'adunanza stessa dal gonfaloniere e dai dodici anziani, si deliberò che di subito se ne spedisse al capitano la lettera d'accettazione. A tal uopo e a prender possesso di quel castello, il Comune (come dicon le cronache) inviò due suoi capitani, che furono Vanni dei Cancellieri, e Lenzo di Cino. I quali, fatto l'inventario di ciò che ivi trovavasi, presero dal Vergiolesi la consegna della terra e della rocca conforme la scritta, ed ei incontanente con la famiglia se ne partì per Vergiole.
Non erano scorsi che pochi giorni dalla partenza de' Vergiolesi dal castello di Sambuca, allorquando un cavaliere seguito dal suo scudiero, sopra uno snello palafreno varcato il Reno, si avanzava assai celere verso il villaggio di Pavana. A misura che saliva quel monte, invece di raffrenare il cavallo affaticato da lungo viaggio, lo stimolava di continuo, nulla curando le difficoltà della via che ad ogni passo si facevan maggiori, non d'altro occupato che di giunger più presto [pg!291] alla meta, evidentemente il castel di Sambuca. Vedutosi di già sì vicino, il volto gli raggiava di gioia. Solo di quando in quando un leggero inarcar di ciglia lo mostrava agitato da contrari pensieri. Quando sopra una svolta del poggio, che aveva in prospetto l'altro più alto della Sambuca, i lenti e lamentosi rintocchi della campana di su dal castello, giunsero alle sue orecchie. Un subito pallore gli ricoperse la faccia; e fermato il destriero, non vedendosi alcuno d'intorno, si volse al suo familiare che al par del cavallo non vigoroso come quel del padrone, trafelato seguivalo, e con gran turbamento gli domandò:
—Non odi tu? Che sarà questo mai?
Pur come avviene di chi dubitoso di tristi nuove, vorrebbe chiedere ovunque, ma pel timore non osa, non si trattenne. Silenzioso invece e con triste presagio seguitò a salire, finchè non giunse alle prime case di presso al castello.
Dava appunto su quella strada la casa della buona Maria. La quale per caso trovatasi sull'uscio, e vedutolo comparire: