A una nuova sì inattesa, a un dolore sì forte, messer Cino restò privo di sensi.
Riavutosi quindi, le chiese:
[pg!292] —E il suo povero padre?
—Egli? Ah! ci ha lasciato con tutti della famiglia, vendendo il castello a que' di Pistoia, che già son lassù. V'era anche donna Lauretta che l'ha assistita co' suoi.... e con che cuore! E bisogna pur dirlo, tutti quanti rammentandovi e aspettando sempre vostre lettere; ma pur troppo so anch'io, inutilmente!
E qui gli narrò in breve da chi e come le fossero intercettate. Lo che al cuore di Cino fu nuovo ed atroce dolore.
Poi richiesta Maria delle più minute vicende di quella famiglia, conchiuse ella:—la stessa madonna Lauretta averle detto che quei poveri signori dopo il triste caso non cercarono altro che fuggire da quelle mura e tornare a Vergiole.
—A Vergiole!—esclamò Cino.—Dunque io son solo e desolato quassù, dove poco fa tanto consorzio d'amica gente, e quell'angelica donna, in cui aveva posta per tutta la vita l'unica e la più cara speranza! Ohimè! che con essa è morto ogni mio desiderio! Misero me, che farò io?
E dopo stato alcun tempo pensoso, si levò e disse:
—Dura necessità, ma convien ch'io mi parta! Non però, Maria, debbo farlo senza prima prostrarmi sul suo sepolcro. Sento pur troppo che il cuore al solo pensiero mi manca! Ma ella a compire questo religioso atto d'amore, dal cielo, oh lo spero! mi darà forza ed aita. Mi ci vorrai tu guidare, o Maria?
—Ahimè, che rispondere! La vostra giusta afflizione non so dirvi quanto m'appena! Pensate che al suo sepolcro me ne vo ogni sera, e vi prego! E pover'a me! non ho più fiori quassù! Ma qualche corona di verdi fronde io ce la porto. Vedete, meschina, a che son ridotta! Dire che qui di lei non avrò altro da consolarmi!