E diede in un pianto. Poi gli si volse e gli disse:

—Messere, se così vi piace, andiamo.

E a lenti passi s'avviarono al cimitero.

Ma chi potrebbe narrare non che la doglia lo spasimo che dovè provare messer Cino prostrato su quel sepolcro? Egli che con tanto desiderio aveva affrettato il momento del suo ritorno lassù, dopo una lontananza sì lunga e un sì inesplicabil [pg!293] silenzio! Dopochè a Milano non una nuova di Selvaggia e del padre suo erano giunte mai a fargli meno amara l'assenza! Un cotal duolo può solo immaginarlo colui che provò quant'è l'ansia di chi lontano da' suoi paesi, senza parenti ed amici, ogni giorno attenda lettere da' suoi più cari, e ogni giorno ne rimanga deluso.

Vero è che molto egli era stato distratto e assiduamente occupato, con Dante suo e pochi altri magnanimi, per le diverse città dell'alta Italia, a porre in accordo i principi e i signori lombardi, in particolare poi tutti i Ghibellini che facevan capo a Milano: sia per indurli a convenir sull'invito da spedirsi in Svizzera ad Arrigo imperatore affinchè calasse in Italia, sia per ordinare il modo che più si addicesse a riceverlo. Spesso però quando in lui prendeva posa la mente, destavasi il cuore coi suoi affetti caldissimi, co' suoi timori e i suoi voti. Non aver più nuove di lei! eppure quante lettere le aveva inviate! Non avendo veduto tornare il suo messo, ne aveva scritto ad un amico a Pistoia. Ma cresciutagli l'apprensione per la non pronta risposta, spediva un altro corriere con lettere pel Vergiolesi, ingiungendogli però (nel sospetto di ciò che avvenne) di prendere la via di Modena ed entrare in Toscana per Boscolungo. In questo, non ci voll'altro che a Milano l'incontro fortuito del Romeo per ricever contezza degli amici suoi di Sambuca. Mentre però il Romeo caldamente esortavalo a recarsi tosto da loro; narravagli di Selvaggia, dell'ospizio cortese e delle parole che n'ebbe; credè d'altra parte di dovergli tacere sulla gravezza di sua salute, per quanto non gli celasse il turbamento di quel gentile suo spirito. Fu allora che si confermò nel sospetto che dal perfido Fortebracci gli fossero state intercettate le lettere, e che risolse d'accorrer subito al sospirato castello. Viaggiò senza posa dì e notte per valli e per monti, fosse pur disagiato il sentiero, pur per spingere il suo cavallo sul più breve cammino, ed arrivare il più presto fra' suoi amici e rivedere la sua diletta Selvaggia. Ed invece, ahimè! non ne dovea mirar che la tomba!

A narrarne la fortissima doglia non bastando noi stessi, ci soccorre per ventura messer Cino medesimo; e perchè meglio [pg!294] non potremmo porgerne idea, faremo di riportare il Sonetto, ch'ei ne lasciava nel suo Canzoniere, in morte di lei; dov'egli ricorda quel suo doloroso passaggio, e quell'estremo ufficio d'amore.

Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,

Ove adorai baciando il santo sasso,

E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!

Ove l'Onesta pose la sua fronte.

E ch'ella chiuse d'ogni virtù 'l fonte

Quel giorno, che di morte acerbo passo

Fece la donna dello mio cor lasso,

Già piena tutta d'adornezze conte.

Quivi chiamai a questa guisa Amore:

Dolce mio dio, fa che quinci mi traggia

La morte a sè, chè qui giace l' mio core!

Ma poi che non m'intese il mio signore,

Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,

L'alpe passai con voce di dolore!

Nè con altri sensi è da credere che messer Cino abbia dovuto sfogare il suo doloroso compianto anche allora che sceso da questi monti giunse nel seno di quella desolata famiglia al Castel di Vergiole: a quel castello da cui prese nome la famiglia de' Vergiolesi, e la donna gentile onde massimamente ei fu celebre.

[pg!295]

[CONCLUSIONE.]