E noi, a onorar la memoria di Selvaggia dei Vergiolesi, e dell'illustre poeta e legista messer Cino de' Sinibuldi che di lei sì dolcemente cantava, e perchè le passate cittadine discordie ammaestrino gli avvenire, ci provammo a tessere questo racconto. Or esso qui è compiuto. Ma per chi brami d'aver particolare contezza di quel che avvenne dipoi delle persone e dei luoghi che vi ricordammo; e perchè si sappia quali furono i fonti storici d'onde fu tratto, e che nella tessitura di esso potemmo conservare senz'alterarli, vi abbiamo aggiunto le seguenti notizie.
Fu detto e in qualche cronaca tramandato che le ceneri di Selvaggia fossero state deposte dentro la rocca del castel di Sambuca. Partito però di lassù il Vergiolesi con tutti i suoi di parte Bianca, per le varie vicende che dovette subir quel castello, qual mano pietosa, pur volendo, avrebbe potuto rovistare a suo agio fra quelle mura? Non furono esse per molto tempo occupate e custodite gelosamente dall'avverso partito, o da altre fiere masnade? E ne' secoli appresso la indifferenza a quanto potesse esservi di memorie generose, cavalleresche e gentili, non si tentò sempre d'insinuarla da chi n'ebbe il potere?
Fu occupato infatti il castello, prima da Castruccio (1324), poi da' Fiorentini (1351). E poco fortificato, lo tolse loro con quel di Piteccio l'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconti, per mano di Giovanni Visconti da Oleggio [pg!296] capitano delle milizie milanesi, quando, impadronitosi di Bologna, scendeva con esse da questi monti a por l'assedio a Firenze: finchè poco dopo, conclusa la pace fra le città guelfe, fu restituito ai Pistoiesi, che lo munirono di genti d'armi. Il castel di Piteccio poi nel 1387 per un incendio fortuito fu interamente distrutto. Nel 1401 messer Riccardo Cancellieri, capo de' fuorusciti Ghibellini, cacciato di Pistoia dai rivali Panciatichi, sorprese con inganno il castello della Sambuca; e favoreggiato da Giovan Galeazzo Visconti duca di Milano, in potere del quale voleva porre Pistoia, lo tenne per tre anni, e vi fece scolpire lo stemma dei Cancellieri con questo motto—per forza. Lo stemma v'è ancora. Ma morto il duca, e mancatogli tal sostegno, venne a patti, e restituì il castello ai Pistoiesi.
Da quel tempo il castel di Sambuca seguì le sorti di Pistoia, caduta con Firenze in potere dei Medici; e fino da pochi anni fu sede d'un giusdicente. Furon tolti i merli al suo più alto cerchio di mura che davan tuttora il carattere di fortilizio: la rocca di cinta fu affatto distrutta, e solo rimase il maschio e la torre pentagona, ma rovinata di più di due terzi. Venuto non son molti anni in poter di un privato, e per lui rovistatosi nell'interno, vi si rinvennero armi, scheletri, e qualche moneta d'argento e di rame de' tempi della repubblica fiorentina. Ma non ebbe alcun restauro; e solo rimangono i suoi ruderi, che si scorgono d'assai lontano sul crinale del poggio, come d'un antico baluardo di guerra, e come segno di contraddizione fra i popoli italiani del medio evo.
Non è da tacere però che in un campo poco distante dalla cinta del castello, fra esso e la chiesetta della Vergine del Giglio, nel 1844 nello scavare il terreno, fu trovata una cassa di legno d'antica forma, ogni mezzo braccio cerchiata di ferro, inchiodata con chiodi tripuntati d'ogni parte. Dentro la quale (riferivaci il medico del paese che la esaminò) era lo scheletro di persona, la cui lunghezza appariva di giusta statura: i denti avea tutti e bianchissimi, e sempre attaccati alle mascelle: il teschio ben conservato, e da supporlo di giovane donna. Per queste ragioni fu giudicato che quello [pg!297] potesse essere il sepolcro di Selvaggia: tanto più che in quel terreno, forse cimitero in quel tempo, fu sempre detto esservi esistita una torre, alla quale si giungeva per un sotterraneo che movea dal castello. La detta cassa con quanto vi era rimase ivi sepolta.
Nella montagna, per quante ricerche si sien fatte, nissun canto popolare nissuna leggenda è rimasta di questa gentile. Però fra i montanini della Sambuca pochi son quelli che non dicano che su nella rocca fu sepolta madonna Selvaggia. La stessa mancanza di tradizioni popolari si riscontra per messer Cino: benchè egli nel suo Canzoniere, lo stesso Petrarca e tutti i cronachisti pistoiesi attestino del suo amore per essa. Solo a ponente del diruto castello di Vergiole, ora villa d'un privato, è una rada querceta che ancora serba il nome di—Prato di Cino.
Quanto alla famiglia dei Vergiolesi vogliam qui far notare, che se abbiamo fatto crear cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi sul feretro di sua madre, era questa una costumanza comunissima fra le repubbliche del medio evo, a porger nel popolo idea più sacra e solenne dei voti, che in prò della religione e della patria dovevan farsi dal nuovo ascritto a quella milizia. Così un altro pistoiese (come narra l'Ammirato nella sua Storia), Riccardo di messer Lazzaro Cancellieri, nel 1333 eletto potestà di Perugia, per concessione del gonfaloniere di giustizia e dei signori Anziani di Pistoia, fu armato cavaliere sulla sepoltura del padre suo, da messer Simone Peruzzi cavalier fiorentino a ciò deputato.
Di detta famiglia de' Vergiolesi dopo l'abbandono della Sambuca, si trova ricordato nelle Storie Pisane del Roncioni un Filippo Vergiolesi alla battaglia di Montecatini del 1315 dalla parte de' Ghibellini. Se fosse stato il capitan Filippo padre di Selvaggia, doveva essere assai vecchio. Nè poteva far meraviglia, pensando che quella era e fu veramente l'estrema speranza del suo partito. Con più probabilità nondimeno ci atteniamo all'opinione del Salvi, storico pistoiese, che dice avervi combattuto messer Fredi figlio di Filippo. Seguirono le stesse parti un Francesco di Detto, andato ad Avignone a pregar Vinciguerra Panciatichi che si ponesse a [pg!298] capo de' Ghibellini[9] ; un Guidaloste vicario di Modena per l'imperatore: un Tancredi dottor di leggi. E sotto il principato si ricorda un Bello di Francesco provveditore del Comune. La casata de' Vergiolesi si estinse in Betto di ser Francesco nel 1703.
Che ne fosse del Fortebracci da quel giorno che Musone co' suoi fu impiccato, nessuno più ne seppe. Si parlò per qualche anno d'un romito che abitava su per que' monti, ma qua e là come un fuggiasco, e senza che alcuno l'avesse visto che da lontano. Poi corse voce che un disperato si era precipitato da un di quei poggi, detto il balzo de' corvi, giù per un burrone della Limentra: e che tutte le notti in quel tonfano dov'era caduto si vedesse vagolare una fiammella, che quella gente superstiziosa durò a credere la sua anima. Fosse stato (dicevano) il Fortebracci costui, che la disperazione e il rimorso l'avessero spinto a questo passo? Certo che se la credenza fu invalsa, il tempo e il buon senso l'hanno dileguata.
Pel nostro racconto abbiam profittato delle inimicizie private, che, secondo la storia, passavano fra la sua famiglia e quella de' Sinibuldi, e de' Vergiolesi, e delle parti avverse che ciascuno seguiva; e le accalorimmo di più con una gelosa passione amorosa. Se ad estinguer gli odi e i rancori che duravano fra di essi, la missione di pace ci piacque di affidarla alla stessa Selvaggia, anche qui possiam dire che il fondo della storia gli è vero; leggendosi nel Salvi queste parole: «E perchè in Pistoia il pubblico bene od il male dipendeva in gran parte dalle famiglie de' Fortebracci e de' Vergiolesi, le quali erano state fin qui discordi, ed eransi fieramente perseguitate, circa al 1310 si diedero giuramento di fedeltà, e di esser sempre a scambievol difesa.»