Ma fra tante nobili imprese, bella e memorabile è la parte che sostenne presso di Arrigo. Narran gli storici che, giunto l'imperatore ove dall'alto del Moncenisio s'incomincia a scorger l'Italia, inginocchiatosi, ad alta voce pregò Dio che lo serbasse illeso fra la rabbia de' Guelfi e de' Ghibellini. Il che udendo Amedeo, disse ad Arrigo, che in pro dell'Italia il miglior consiglio era quello di non favorire più l'una parte che l'altra, ma soffocare gli odi e gli sdegni, e ogni seme di discordia fra gli estremi partiti. Nobil proposito, che nella dinastia di Savoia perdurò sempre fino ai dì nostri, ne' quali ebbe in sorte di vederne i salutevoli effetti. La qual dinastia dappoichè cominciò a regnare, adopratasi per tanti secoli col senno e con la mano a farsi potente e gloriosa, e favorire la causa nazionale, bene oggimai dal voto unanime della nazione potè meritarne col supremo potere la debita ricompensa. E meglio per Arrigo e per lo scopo propostosi, se, giusta l'avviso d'Amedeo di Savoia, giunto in Italia non avesse fatto altro che metter pace fra le divise città! Ma gittatosi troppo dal partito de' Ghibellini, da' quali accettò protezione e danari, ebbe dai Guelfi odio implacabile, e forse anche la morte!
Messer Cino, dopo la mala accoglienza avuta con l'imperiale ambasceria a Firenze; dopo le vicende tumultuose di Roma, e dentro breve termine dopo la morte dell'imperatore a Buonconvento, non è a dir quanta doglia in quel core caldissimo d'amor patrio dovè provare, di già esacerbato per la perdita di Selvaggia! Dell'una e dell'altra ne pianse in versi e per lettere con gli amici i più intimi. In prima con Dante suo per ambedue le cagioni: e con lui amicissimo continuò la corrispondenza nell'esilio: come ne attesta una lettera latina di Dante a Cino, ritrovata dall'illustre dantofilo Witte, con questa direzione: «All'Esule Pistoiese il Fiorentino [pg!302] immeritatamente sbandito, per lunghi anni salute, e ardore di perpetua carità;» e dove a confortarlo per le uguali sciagure, conchiude: «Io ti esorto, fratello carissimo, ad esser paziente contro i dardi di Nemesi.» Scrisse a Messer Guido Novello una bella canzone in morte di Arrigo; poi per Selvaggia ad Agaton Drusi di Pisa; all'amato Gherarduccio Garisendi da Bologna, a Cecco d'Ascoli, e ad Onesto Bolognese.
Ma è però vero che la sventura, come avviene ne' nobili spiriti, non sol non l'affranse, ma potè ritemprarlo di vigoria, e di novelle forze intellettive: e per esse, e nel pensiero della donna sua (perchè di rado incontra che uomini di gran cuore e d'ingegno non abbiano avuto nella sventura una pia immagine di donna a confortarli) s'accrebbe in Cino la brama che Selvaggia gli aveva ispirato, quella, cioè, com'ei disse, di seguir l'alto stato. Da quel tempo infatti ei cercò l'unico e il più nobil conforto ne' suoi studi di legge.
Secondo il suo dotto biografo il professore Sebastiano Ciampi, già fino dal 1312 aveva posto mano al celebre Commento su i nove libri del Codice; e già nel luglio del 1314, compiuto con mirabile speditezza sì dotto lavoro, e insignito della laurea dottorale, per quest'opera principalmente fu dichiarato il più illustre giureconsulto dell'età sua. Scrisse inoltre le Addizioni all'Inforziato, e ad altri libri di gius imperiale sulle successioni ab intestato: e infine altra opera non meno elaborata sul Digesto vecchio, composta in appresso per uso de' suoi scolari. Delle quali opere, non che delle Rime, tanta stima in ogni tempo fu fatta, che si pubblicarono varie edizioni[11] .
[pg!303] Nel Commento, com'egli stesso se ne dichiara, mirò a raccoglier quanto di meglio era stato esposto dai glossatori di legge, con la maggior brevità, e con novità di metodo e di dottrina. Sicchè a ragione può dirsi che in Italia, poichè fu ripresa l'antico studio della romana giurisprudenza, niuno degl'interpreti della prima scuola da Irnerio sino all'Accursio, e da questo al celebre Bartolo, sia stato superiore al Sinibuldi per la intelligenza ed esposizione delle leggi romane. Negletto infatti l'antico sistema speculativo, con modo analitico procurò dapprima di rintracciar la ragione e lo spirito della legge: sottopose quindi ad un critico esame, e sciolse le proposte obbiezioni sia degli antichi che de' suoi tempi, e quelle pure di Dino stesso che gli fu maestro, dal quale talora dissente. Sono infine nel suo Commento le prime linee d'un corso di giurisprudenza, cui alla filosofia e alla critica vada congiunta tutta la erudizione de' tempi suoi, senza che l'aridità della materia abbia vinto o corrotto lo stile, apparendo anzi quel suo latino fluido e dignitoso, e alcuna volta elegante.
A questi pregi che onoran l'ingegno dello scrittore, sono da aggiungere pur quelli non meno stimabili, derivati dalla mitezza della sua indole. Perchè, come costa dal suo Commento, fu nimicissimo della disputa e d'ogni passion personale. Odiò quella ch'ei chiama immortalità delle liti, quella [pg!304] lungaggine, cioè, alimentata dall'avarizia e venalità dei curiali; e nel dubbio stette sempre a' principii della sana morale.
In politica Ghibellino, come abbiam detto, riprovò gli eccessi del suo stesso partito. La sua opinione sul papa e sull'imperatore, e sui loro distinti e particolari poteri, si riassume in queste parole del suo Commento, lib. 1, tit. 1: «A Deo procedit imperium et sacerdotium. Ergo temporaliter sub imperio omnes populi omnesque reges sunt, sicut sub papa sunt spiritualiter.» La stessa opinione di Dante amico suo, e legato con lui ne' medesimi intenti.
Non è meraviglia pertanto se per tanti e sì rari meriti, che rivelò poi ampiamente nei suoi scritti di gius civile, fosse riverito come l'oracolo del tempo suo; e anco ne' secoli appresso, nella Germania come in Italia, la sua autorità fosse consultata, e avuta in pregio pur sempre.
Non appena infatti si divulgò la sapienza del Commento del Sinibuldi, che molte Università lo dimandarono fra' loro lettori. E dapprima, dal 1318 lesse per tre anni all'Università di Trevigi. Quindi dal 1323 al 26 lesse in quella di Siena, dov'ebbe a colleghi Andrea da Pisa e Federigo Petrucci, e leggevano in medicina Gentile da Foligno e Braccino da Pistoia. Ma la sua maggior gloria gli venne dalla lettura ch'ei fece alla Università di Perugia: sempre d'Ordinaria e Straordinaria civile, e non mai di legge canonica, come per errore fu detto. Gli derivò questa gloria da un insolito concorso di uditori, e dallo avervi avuto scolare il celebre Bartolo. Firenze infine nel 1334 lo appellava fra le sue mura, ove pure ebbe cattedra di leggi civili, essendogli collega nelle canoniche il dott. Recupero da S. Miniato. Fu in quest'anno che nominato gonfaloniere della città di Pistoia, a cagion della cattedra non potè accettare.
Nel 1336 tornato alla sua terra natale, dove sperava un riposo alla grave età, e alle lunghe e dotte fatiche, infermatosi gravemente, ai 23 dicembre di detto anno provvide con suo testamento alla moglie, che fu Margherita di Lanfranco degli Ughi pistoiese, e alle figlie, Diamante, Beatrice, Giovanna, e Lombarduccia: e lasciato erede universale il nepote [pg!305] Francesco, figlio di Mino suo, che gli era premorto, nel giorno veniente passò da questa vita.[12]