—Io—disse loro—volli impedire lo strazio della canzone del mio buon amico. Mi son troppo cari quei versi.

—E vorreste dirmi la canzone qual era?—gli chiedeva Selvaggia.

—Quella—ei rispose—che incomincia:

Lontana dimoranza,

Doglia m'ha dato al cor lunga stagione.

—È sì bella e consuona tanto co' miei sentimenti!...

E in questo, mess. Cino affissò con un guardo di tale affetto Selvaggia, che ella abbassò gli occhi e non seppe che dire. A chi avesse ignorato i legami che già avvincevano que' due giovani cuori, da quello sguardo, e da tal commozione avrebbe detto che l'amor loro avesse allora principio.

Rompeva il silenzio la buona madre e diceva:—È la canzone che più spesso suol cantar sul liuto la mia Selvaggia. Melodìa sì soave mal si comporta di sentirla guastare. E voi, anche come amico di messer Lemmo, a ragione ne prendeste [pg!46] le parti. Ben vi lodano le nobili donne, chè l'opera è generosa e degna di voi, messer Cino!

—Questi versi—riprendeva Selvaggia—belli di per sè, messi poi in musica da Casella, ricordo che io li ebbi in dono da Lemmo stesso, e non so dire quante grazie gli resi, e come gli ho sempre cari, venutimi da tanto autore!

In questo appunto messer Lemmo compariva fra loro. E udito il soggetto del lor ragionare, se ne mostrava obbligato in special modo a Selvaggia. Poi con affetto il più vivo si stringeva al seno l'amico Cino.

Intanto una musica a ballo, ma lenta e soave, s'intonava dall'orchestra nella gran sala vicina. Selvaggia e la madre fecero invito ad entrarvi: e i cavalieri, presa per mano ciascuno una dama, vi s'introducevano, e davan principio alle danze. A quella introdotta da messer Cino che rinnovavagli cortesi parole sulla difesa di Lemmo, egli con certa ilarità: