—Ma che volete!—rispose—abbastanza prendono occasione di strapazzarci, noi, poveri trovatori di rime!

—Trovatori però anche d'amorose e felici avventure!—soggiunse essa, e con tal malizietta, che l'uno e l'altra lasciaronsi con eloquente sorriso.

La sala, dai gravi soffitti, con intagli dorati, brillava per lampadari magnifici e per torchietti disposti intorno alle pareti. In una di queste si vedevano appesi li stemmi del Comune e dei Vergiolesi. Nell'altra, fra grandi cornici di legno intagliato, spiccavano i ritratti degli avi della famiglia. Qui pure grandi sedie a bracciali, ma di corame in colore con lucide borchie.

Di già in quella sala una gioia più libera pareva diffusa sopra ogni volto. Solo un cavaliere v'avresti veduto con occhi foschi, e accigliato così, da fare uno strano contrapposto fra tanto giubilo. Era costui un parente dei Vergiolesi, messer Nello de' Fortebracci.

Frattanto il volto di Selvaggia, vinta la nube che lo aveva per poco offuscato, s'animava di tal contento che co' detti e co' modi godeva quasi di farne partecipi quanti le eran vicini. Chi ne conosceva il carattere non poteva dire che ciò nascesse da ambizione. Era un impulso abituale della sua indole; [pg!47] impulso, quasi che inconsapevole, d'ingentilirsi e d'ingentilire. Qualità che pur si riscontrano in certe anime privilegiate, bramose di destare in altri quel puro senso d'affetto e di gioia che provano in sè: al modo del poeta che sente e s'accende, e vorrebbe pure trasfondere in altri quella viva sua fiamma. Anche allora che si dava alle danze l'avresti detta pur sempre la regina della festa. A render più lusinghiere le danzatrici contribuivano non poco in quei tempi il genere dei balli; governati da melodie sì lente e soavi, che più che invitare con celeri passi a circuirne la sala, obbligavano invece a movenze di grazia; sia che l'una coppia s'intrecciasse con l'altra, o distaccandosi alcun danzatore si facesse dinanzi alle dame in atteggiamento di reverenza e di leggiadria.

Or avvenne che dopo un breve riposo, e recati in giro eletti rinfreschi, un coro di fanciulle rallegrò inaspettatamente la festa. Era il canto d'una Ballata, pensiero tutto unico di Selvaggia! Dimorando al castello, ella stessa aveva voluto addestrare a questo canto a ballo varie giovinette dalla voce più intonata e più chiara. Se non che talora mentre le accompagnava sul suo liuto, fra l'una e l'altra strofa, usciva in preludi così mesti e soavi, che quelle fanciulle ne rimanevano estatiche. La Ballata era questa:

«Giovine bella, luce del mio core,

Perchè mi celi l'amoroso viso?

Tu sai che il dolce riso

E gli occhi tuoi mi fan sentire amore.

E sento dentro al cor tanta dolcezza

Quando ti son davanti,

Ch'io veggio quel che amor di te ragiona.

Mai poi che privo son di tua bellezza

E dei tuoi bei sembianti,

Provo dolor che mai non m'abbandona.

Però chiedendo vo la tua persona,

Desioso di quella cara luce

Che sempre mi conduce

Fedel soggetto dello tuo splendore.»

E ripetevano di tratto in tratto come per intercalare:

Giovine bella, luce del mio cuore.

E a un tempo su questo canto s'intrecciavano lievi danze.