[pg!48] Tostochè messer Cino n'ebbe udite le prime parole, si volse a Lemmo con gran meraviglia; ma non potè a meno di non mostrarsene soddisfatto e ad un tempo commosso. È da sapere che questa Ballata fu composta da Cino[2] : ch'ei la diede in segretezza all'amico perchè vi facesse porre la musica, e la donasse a Selvaggia, ma come sua.—Così almeno,—diceva egli—avrò in sorte, benchè ella lo ignori, che alcuni miei versi li possa cantare liberamente, o udir chi li canti presso di lei.—Non però che in seguito, mutato consiglio, egli stesso non glie li inviasse, e a lei non fossero grati; disvelandone anche l'amore con certe allusioni al suo nome, come già Dante a quel di Beatrice, il Montemagno a quel di Lauretta, il Petrarca a quel di Laura. Ma frattanto Selvaggia di questi versi ignorava affatto il vero autore; e credendoli anzi di Lemmo, pensò che a lui, che per sicuro sarebbe stato alla festa, all'udirli cantare avrebbe fatto una grata sorpresa.
Or mentre i plausi risonavano per la sala al buon esito della musica, e alla gentile che l'avea procurata; rivolta Selvaggia alle dame che le erano attorno:
—Io non voglio—con molta grazia diss'ella—che passi questa serata senza che vi proponga il giuoco della ghirlanda.
—Bene sta—replicarono esse. E i cavalieri:—Ci piace molto. Così potremo far prova della eloquenza simbolica, e della cortesia di colei che sortirà ad intessercela.
—Parmi—soggiunse ella,—che questo giuoco non meglio s'addica che a sì bel fiore di dame, e al principio del bel mese dei fiori. A noi adunque a intrecciar ghirlande pe' nostri amici.
Lemmo allora alle dame:
—Affè, che la proposta è gentile! Non vi pare che madonna Selvaggia nella gaia scienza si sia fatta maestra?
—Veramente!—ripeterono a una voce.
E fra gli scherzi gioiali si raccolsero coi cavalieri in gran [pg!49] cerchio a formare, com'era dell'uso, questa ideale ghirlanda. Ad intesser la quale doveva ciascuna ricordare un fiore o una foglia che alludesse al cavaliere cui destinavasi; e si dava lode a colei che il faceva con più d'ingegno. Dovevasi poi dar ragione perchè si scegliesse piuttosto un colore che un altro; meglio una rosa che un giacinto; mentre i fiori come le pietre preziose avevano allora un linguaggio simbolico, che resultava dalla qualità, dal colore, o dal modo di collocarli. Il verde, per esempio, indicava speranza; il rosso, amore; il bianco, innocenza. Questo linguaggio si dava ai fiori anche per cose più gravi; e un giglio situato capovolto sull'asta, vediamo in Dante che annunziava la sconfitta d'una fazione. A dar segno di timore e speranza si offeriva una rosa con le spine e le foglie. Se nulla era da temere nè da sperare, si tenea capovolta: togliendo le spine era simbolo di tutta speranza. Il fior d'arancio, se posto sul capo, indicava affanno dell'animo; sul cuore, amoroso tormento; sul petto, noia.
—Io offro—diceva Lauretta de' Sinibuldi cui toccò in sorte di dar principio—io offro al nobile messer Fredi la mia ghirlanda. Essa è tessuta di verdi foglie: perchè, che sarebbe la vita senza il conforto della speranza? Ma il fiore che solo bramo vi si distingua, vuo' che sia il giglio. A leal cavaliere qual egli è, il candore dell'anima deve in ispecial modo aggradire.