Ed egli:—Gran mercè Lauretta; voi veramente mi leggeste nel cuore!
È da sapere che messer Fredi aveva incontrato spesse volte Lauretta da sua sorella, e se n'era invaghito. Perduta la madre da due anni, era la prima volta che la donzella interveniva a lieto convegno. Non poteva dirsi un fior di beltà, ma certo di molta grazia e di senno.
Seguitando il giuoco, talora le dame si davano a pungere i cavalieri con motti curiosi e di spirito. Allorchè a sua volta toccò la scelta a Selvaggia. Essa allora volgendosi al Sinibuldi, e fattosi un poco vermiglia, così prese a dire:
—Io intesso a messer Cino una corona di lauro, e offro a lui una rosa perchè ne rallegri il suo poetico serto.—E in [pg!50] questo, toltasi dal petto una bella rosa maggese ravvolta fra verdi foglie, con ingenuo sorriso gliela porgeva.
Pensiamo se a Cino fosse grato quel dono! Gli giungeva sì inatteso, che per esprimere a cotal donatrice tutto quel che sentiva, quasi mancarongli le parole. Ma Selvaggia fu molto paga di quella sua commozione.
—Avess'ella le spine?—con certa curiosità si domandarono alcune.
—Chi sa! sicuro le verdi foglie, simbolo di speranza, non vi mancavano.
Ad ogni modo quel dono fra le giovani donne non potè dirsi non avesse destata qualche piccola invidia. Perchè è da notare che in messer Cino (con particolar cortesia da esse accolto come suolsi d'un giovine nuovo-reduce dopo un'assenza non breve), recò sorpresa di scorgere tanta affabilità disinvolta, un eloquio sì facondo e soave, e certa lieve malinconia che gli appariva nel volto, e rendevalo sì espressivo, che n'eran rimaste incantate quasi che tutte.
Frattanto che le danze si riprendevano, Cino s'avvicinò a Selvaggia, che da un lato della sala se ne stava a parlare con Lauretta di lui cugina.
—E permettete—le disse—ch'io vi ringrazi di nuovo del vostro bel dono?