—E che?—soggiunse il De' Reali—sarebbe mai questo un rimprovero d'un consiglio, del quale i' mi fui il principale autore? Capitano! Noi chiedevamo posa alle funeste divisioni d'alcuni magnati, ai tumulti dei discordevoli cittadini, alla fazione de' Neri, e Firenze ce la otteneva!

—Ma crediatelo—riprese l'altro—non per nostro, ma per loro vantaggio! Perchè voi vel sapete, i principali di tal fazione erano a Firenze i Cerchi, gli Adimari e que' della Tosa, tutti già Ghibellini, e che ora collegati coi Bianchi han creduto d'assicurarsi così un partito più stabile. Che ci valse l'aver mandato fra noi un potestà e un capitano per riformarci a parte Bianca; veder disfatte da' militi loro e da una plebaglia comprata le case de' Rossi, de' Sinibuldi, de' Tedici, de' Tebertelli, de' Ricciardi, de' Lazzari; arsa perfino e distrutta la fortezza di Damiata, e così la parte Nera e Guelfa cacciata dalla città; quando, sotto un nuovo pretesto di pace, altra mano più potente e tirannica, invocata da un fiorentino, e cui Fiorenza follemente si sottopose, tentò di tornarci a parte Nera, e fra quella e la nostra repubblica fu cagione di nuove discordie? Un Corso Donati non doveva mai, non che essere udito, ricevuto neppure dal pontefice Bonifazio! Invece blandito questi da una lusinga, e dell'occasione facendo suo pro, chiama a soccorso uno straniero, chiama di nuovo il Francese! Oh! ma qual velo gli cadeva in Anagni! Che poi si dovesse aspettare Italia dagli stranieri, glie l'avevano omai palesato l'Angioino ed i vespri di Monreale! Mala pianta per questo suolo era quella del fiordaliso! Fosse stato pur d'oro, egli era un fior de' Capeti! E chi fu primo a gradirlo? I Fiorentini! I Pistoiesi non già! Quando Carlo, sceso dai nostri monti pel greto d'Ombrone, s'avvicinò a Pistoia, ci avvisammo venire a noi un Signor senza terra, che facilmente però si sarebbe tolta l'altrui; sicchè non era tempo di cogliere fronde d'olivo per fargli festa; ma sibbene, come fu fatto, di rafforzar la città; e solo in questo modo premuniti e sicuri uscir fuori e onorarlo. Ed egli sel seppe e non osò venirvi! E bene andò: che, per quanto piccolo Stato, [pg!65] con dignità ci facessimo intendere! Oh! quella volta il maligno Muciatto Franzesi che lo guidava, non rise, no, de' suoi stolti consigli! Ben Fiorenza sua patria ne dovè piangere, e ravvedersi, ma tardi, e pagare intanto con gli esilii e le multe di tanti nobili cittadini troppo caro quel suo mal consiglio e quella sua cecità!

E nondimeno questo preteso paciaro che non fece pur contro noi? A mano armata ci assale; e non potendo in città (che le nostre armi gli posero nel codardo animo lo sgomento!) si appaga di sorprendere e derubarci le vicine castella; tanto che la sua caritativa missione recasse a lui qualche frutto! Serravalle, il Montale, Lamporecchio, pur troppo v'è noto! forti castella per sito, e ben munite di nostre milizie, ci furon sottratte con violenza ed inganno!

Pure a noi era giunto favorevole il destro di far costar cara a Fiorenza la zizzania tornata a spargere per man di costui sul nostro terreno! Il cardinal da Prato ne incoraggiava; non ci mancavano le armi dei nostri alleati Aretini, Bolognesi e Romagnoli, talchè la spedizione della Lastra dell'anno decorso, alla superba repubblica doveva esser di funesta memoria. Non ci voleva che la giovanile imprudenza di Baschiera de' Tosinghi: che impaziente dell'aspettare il soccorso dei nostri col degli Uberti, per troppo impeto in prima, in ultimo per viltà, un'impresa sì certa voltò in danno ed in lutto! Di qui l'ardir del nemico, e questa fiera vendetta onde ora ci assale! Frattanto io propongo al Consiglio che statuisca, che per savi uomini da lui eletti si debbano senza indugio apprestare armi ed armati, e ogni sorta di fornimenti a una valida resistenza.

E allora il De Reali:

—Ma prima che imprendiamo una guerra sì disuguale di forze, prima di correre un estremo pericolo, abbiamo noi ben ponderato se meglio non fosse acconciarsi alla proposta di riprendere in Pistoia i Guelfi Neri che respingemmo; e per amor di concordia, piuttosto che le vite dei cittadini, sacrificare i nostri, giusti sì, ma privati rancori?

Cui il venerando Astancollo Panciatichi, subitamente levatosi, rispondeva:

[pg!66] —Che ascolto io mai? Quando la vipera vi s'è avventata altra volta, e v'ha ferito del suo stral velenoso, vorreste voi per lo meglio riporvela in seno? Chi non sa che a siffatte ferite unico rimedio è un ferro rovente e senza aspettare? Cittadini! il mio voto concorda con quello del capitan Vergiolesi. Armi, armi, armi! Si muniscano poi le nostre mura validamente; ma ricordiamo che il più valido usbergo loro debbono essere i forti petti dei cittadini.

E il degli Uberti:

—E questo pure è il mio avviso; e come capitano di guerra chiedo ampie facoltà per provvisioni di viveri e d'armi.