—Sovvengavi—riprese il Vergiolesi—come il degli Uberti conosca già il valore dei nostri militi. Egli strenuo e degno erede del gran Farinata, li condurrà alla vittoria, non altrimenti che fece un altro nostro potestà, Corso Donati, capitanando a Campaldino le nostre schiere, sicchè pei loro ardimenti ne trionfarono. Sovvengavi infine che un mezzo secolo fa, se dovemmo subire un assalto improvviso dei Fiorentini, sapemmo anche respingerli.
Infervorati così quelli spiriti, senz'altro opporre, che anzi per voto unanime statuirono doversi trarre le somme occorrenti per una pronta difesa. Di che la direzione suprema voller commessa al degli Uberti e al Vergiolesi. Deliberarono poi che tutti i fuorusciti Bianchi, e quanti erano alleati Bolognesi, Pisani, Aretini e Senesi, s'invitassero a collegarsi e a venir loro in aiuto. Molte altre cose provvidero per l'interno. E infine, sulla proposta del Vergiolesi, elessero giudice delle cause civili nella città Messer Cino de' Sinibuldi; reputando che, tornato in patria in sì difficili tempi, col senno e con la dottrina potesse molto giovarla. Con questa unanime deliberazione il Consiglio fu sciolto.
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[CAPITOLO VI.]
L'ASSEDIO.
«E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte dubitavano; perocchè la teneano i loro avversari, ed eravi dentro messer Tolosato degli Uberti.»
—— Dino Compagni, Cronaca, Lib. III.
Poche ore erano scorse dallo sciogliersi del Consiglio, che già ogni cittadino era stato informato della triste novella. Quali per le vie se n'andavano inquieti l'uno con premura chiedendo all'altro; quali ne tenevan proposito per le case in lunghi e segreti colloqui. Benchè, valutate le circostanze, prevalesse fra i più il timore d'una disfatta, stavan però con l'opinione del Consiglio; perchè rancori privati erano in molti, e nel bollore di essi le moltitudini non vanno mai a riflettere al pubblico danno. Non valevano i consigli dei moderati, quando que' più con diversi argomenti parlavan sempre a passione.
—Che siamo noi divenuti?—Con quel disdegno con cui ora si parlerebbe d'un'aggressione straniera, diceva un popolano a' suoi vecchi compagni d'arme di guardia al palazzo del capitano, e cui già molti giovani s'eran fatti d'attorno.—Che siamo noi divenuti, da dover cedere di nuovo alle prepotenze dei Fiorentini? Non furono assai quelle che ci toccò a soffrire ne' tre anni passati, fatti padroni di casa nostra? Alla larga con tali amici, che vedete un po' ora quel [pg!68] che ci minacciano! E il de Reali voleva che venissemo a patti con loro! Cittadini, badate!... Eh! già di voi non ne dubito, non può esserci uno che non sia pronto con l'armi a tenerli di nuovo in avviso! Perchè sfido io se nol dobbiamo!
E un di quelli coi soliti vanti, ma che eran pure un grande sprone a serbarli gelosi dei dritti loro.
—Sicuramente!—rispose.—L'avviso l'avevamo loro già dato a Campaldino. Il Vergiolesi ben fece a ricordarlo al Consiglio, perchè può dirsi che fummo noi che col nostro coraggio decidemmo della vittoria. Ma essi soli par che l'abbian dimenticato!