E quel primo aggiungeva:—E sì che allora eravamo in campo aperto! Oh! sta a vedere se da una delle più munite fortezze com'è davvero la nostra città, non sapremo respingerli! Voi giovani poi, viva Dio! spero che sarete con noi!

—Sì ora e sempre a difesa della patria!—gridarono essi ad una voce: e pieni d'entusiasmo guerresco si mossero insieme per le vie della città, infervorandosi in quell'idea e facendo gente al loro partito.

Alcuni, financo gente di chiesa, e dei monaci stessi (che eran molti e del paese, e in quei tempi anche in cose del Governo erano assai consultati) a secondar più che altro gli umori del popolo, predicavano: de' Fiorentini non se ne avesse a temere, perchè i gastighi di Dio da qualche tempo piovevano a flagello sopra di loro. E fuvvi un frate che in un di que' giorni alla plebe commossa, uomini e donne indistintamente, nell'uscir dalla chiesa del suo convento, lì sul getto, richiesto del suo parere, aspettò che tutti gli fossero attorno, poi fe' cenno che l'ascoltassero, e così disse loro:

—Dovete sapere che compiesi appunto un anno quando a Firenze fu gradito un bando, che chi voleva veder le pene dell'inferno andasse ad Arno tra 'l ponte alla Carraia e quello di S. Trinità. Che credete voi che immaginassero? In quel tratto di fiume vi avevan condotto di molte barche, acconce per modo, che vi si fecero fuochi e vi si poser caldaie, con uomini in forma di demoni e di anime di trapassati, cui facevan subire ogni sorta di pene. Ed essendo il ponte alla Carraia di legname, si caricò per modo di gente, che non [pg!69] resse e cadde; e chi v'era su, cadde nell'acqua e tra le fiamme: di che molta gente si guastò e morì. E così (concludeva) in pena del sacrilego giuoco fu permissione divina che molti veramente andassero a penar nell'inferno!

—Gesù e Maria! Proprio vero?—si domandaron le donne raccapriccite.—Che Dio ne salvi, scampi e liberi!

—Ebbene, fratelli; qual opera più iniqua potrebbe ora agguagliarsi a questa, di venire ad assediare un'innocente città? Oh! ma io ho fidanza che i nostri nemici non ci avranno appena circondati d'assedio, che Dio si leverà contro loro, e dinanzi a queste mura li vedremo in fuga e dispersi!

Il fatto di tale spettacolo dato in Arno, che fu a onore del cardinal Niccolò da Prato, e d'invenzione di quel cervello balzano di Buffalmacco pittore, e la triste rovina che vi sopravvenne, tutto, pur troppo, era vero! Ma dovea riguardarsi come tant'altre pubbliche calamità: e argomento siffatto sarebbe stato di niun valore sopra animi più tranquilli, e meno appassionati e superstiziosi.

Intanto di lì a poco di giorno in giorno si vedevano arrivare in città, reduci dall'esiglio, quanti erano in Toscana del partito de' Bianchi. Costoro (come suolsi per la più parte dagli esuli esasperati dai patimenti) dopo aver di lontano per lettere, con una troppo viva narrazione dell'ire nemiche e di lor disagi, esagerati i fatti; non valutando il mutamento dei casi e dei tempi, perduto anzi il vero concetto dell'interna situazione del proprio paese; presenti ora rifiammavan li sdegni, e non che voler sentire proposte d'assestamenti e di pace, animavan tutti a resistere. Così Pistoia, ultimo rifugio de' Bianchi, sola e con piccole forze, si preparava con indomito animo a sostenere il più terribile degli avvenimenti che possa colpire un'intera popolazione!

E sì che sebbene moltissimi fossero coloro che fomentavan guerre e vendette, non mancava dall'altro lato chi dimostrasse al popolo la grandezza del pericolo cui si esponeva, e come su certi alleati non avesse più a far conto.

Ed infatti uno de' fuorusciti, giunto allor da Bologna, e cui per brama di fresche novelle per le vie facean pressa, andava narrando ciò che messer Cino di già prevedeva: che, cioè, il giorno precedente al suo lasciar la città, oltre ad avere Fiorentini e Lucchesi comprato con l'oro que' popolani, le calunnie loro contro de' Bianchi avevan finito di sovvertire il pretore. Che il conte Tordino da Panico capitano de' militi della montagna bolognese, andato con gente armata a Bologna, e là fattosi capo dei rivoltosi, era venuto in piazza col popolo prezzolato; e per di più, fattosi forte di cavalieri e di fanti del vecchio partito Guelfo de' Geremei, aveva gridato con essi:—Muoiano quanti sono i Lambertazzi! muoiano i Bianchi Ghibellini, e vivano i Guelfi Neri!—Che di già si facevano molte confische; che i popolani discordi, e parteggiando pur sempre chi per l'una chi per l'altra di quelle loro potenti famiglie, s'erano accapigliati, avevano per le vie sguainato le spade, e si parlava di molti feriti: ma che infine trionfavano i Neri; e che egli, a stento potuto uscir di città, per gran fortuna n'era scampato.