Provocata a Bologna una tal riforma, e tolti a Pistoia anche questi alleati, se ne stavano i Fiorentini ad osservare gli andamenti de' Pistoiesi, ma frattanto non si movevano. E forse a tali estremi non sarebber giunti o almeno sì presto, se inaspettatamente non veniva a morte in Perugia, avvelenato, come da molti si disse, il pontefice Benedetto XI. Egli era di mite indole, e uomo puramente di chiesa; e come sapeva le male intenzioni de' Fiorentini verso Pistoia, aveva sempre interposto la sua autorità ed i suoi buoni uffici col mezzo del cardinal da Prato, a metter pace fra le fazioni. E se non riuscì a comporle cotal pontefice di natura sì buono, si deve, egli è vero, attribuire ai corrucci de' cittadini in quel tempo giunti all'estremo; ma molto anche alla forma di quel suo Governo, e infine alla debolezza dello stesso pontefice, che lo rendeva facilmente cedevole agli astuti artifici de' suoi ministri.
Non appena a Firenze s'intese da' Guelfi che il papa era morto, e che i cardinali erano molto discordi per la nuova elezione; facendo assegnamento sul tempo che, durante il conclave, avrebbero avuto, nel quale sarebber tornati a intraversare i loro disegni; fu allora che stabilirono insieme [pg!71] co' Lucchesi di portar la guerra a Pistoia, di porvi l'assedio, nè dipartirsi finchè in poter loro non fosse caduta. Disposer frattanto che ciascun Comune per la sua parte s'affrettasse a fornirsi delle milizie occorrenti.
Piccola, come abbiam detto, era la città di Pistoia, perchè il suo cerchio, che era il secondo, a poco oltre un miglio poteva estendersi. Movendo infatti dall'antico ponte di San Lorenzo (in prossimità della qual chiesa scorreva allora il torrente Brana) seguitava a ponente, e giungeva al Castello de' Conti Guidi a Ripalta. Quindi per la via, detta ora del Corso Vittorio Emanuele, si protraeva fin presso S. Maria Nuova; e di qui infine piegando a settentrione si richiudeva sul S. Lorenzo. Ma benchè di circonferenza sì limitata, era però notevole questo cerchio, come lo descrive il Compagni, per le bellissime mura tutte merlate, con torri e fortezze e porte da guerra; ponti-levatoi, e grandi fossi d'acqua all'intorno, sicchè per forza la città non potea conquistarsi. Le quattro porte che davano il nome ad altrettanti quartieri della città, erano: la Gaialdatica, ora Carratica, la porta Guidi, quella di Ripalta, e la Lucchese. A queste se n'aggiungevano altre piccole di soccorso, dette postierle.
Or sebbene i Fiorentini sapessero come la città fosse ben munita e da gente di gran valore, non si ristettero dall'impresa. I Pistoiesi dal canto loro si dieder subito a raccogliere armi ed armati per tutto il distretto: raddoppiarono d'operai le antiche officine d'armi, come di celate, di alabarde e di spade; e molti poi assoldarono a rafforzare i bastioni e le porte.
Sul bastione delle mura a tramontana, che dalla sua chiesuola fondata nell'866, chiamasi ancora S. Jacopo in Castellare, ferveva già il lavoro fra molti operai, per gli opportuni restauri e per nuovi baluardi. Eravi costassù un largo altopiano, che dalle torri contigue e dalla bertesca di messer Baschiera de' Rossi, estendevasi in semicerchio fino alla chiesa di S. Salvadore. Il qual bastione si vede tuttora sorretto da muraglioni più alti che altrove; essendo che la città da questo lato mantenga sempre in pendenza il sinistro fianco dell'ultimo sprone dell'Appennino, sicchè per accedere [pg!72] al centro della città debba farsi da questa parte una breve salita.
Una mattina a dirigere que' lavori se ne stava un tal giovane, sul cui volto era impressa una profonda mestizia. Le nebbie della pianura spinte verso i monti da una brezza leggera, si addensavano nelle convalli. Alcune nubi nerastre sorgevano da ponente; i raggi del sole riverberandosi su questo svariato orizzonte, ne componevano un quadro magnifico. Il giovane era messer Fredi de' Vergiolesi. Non preso punto da quello spettacolo, figgeva immobilmente lo sguardo sulle vicine campagne che verzicavano ed eran fiorenti per ogni dove. Quel cuore sì nobile non poteva abbandonarsi a ricevere dolci impressioni, quando la sua terra natale la vedea minacciata da sì grave pericolo. Gli pareva di scorgere di già per que' vasti terreni abbattute le vigne, le semente disperse, atterrati gli ulivi e ogni altro frutto: in fiamme poi i casolari, fuggiaschi i poveri agricoltori, e, come sentirsi risuonare alle orecchie i lamenti e le strida di quegl'infelici. E in questo pensiero imprecando agli avversi vicini, per un subito moto di sdegno portava la mano alla spada. La stringeva appunto nell'atto che tra spensierato e baldanzoso gli veniva dinanzi Nello de' Fortebracci. Che sorridendo del piglio severo del Vergiolesi, gli si volse e gli disse:
—Ohè, ohè! messer Fredi! Vuoi forse batterti meco? In verità che da compito cavaliere come se' tu, non mi sarei aspettata una formale disfida per isceglier luogo più conveniente.
—Non parmi tempo questo da motti di scherzo per non dire d'irritazione—replicavagli il Vergiolesi.—Ora che tu al pari di me devi sapere che danno sovrasta a queste povere campagne, a' loro coloni, a' loro abituri, che andranno distrutti, e in fine alla patria; e alla quale, credo, non dovrebbe mancare il tuo braccio.
—No—ripigliava l'altro—benchè io ancor non mi sappia se la patria stia poi in queste tue capanne che già deplori se saranno abbruciate. Sono come la rena che il fiume depone e ritoglie; e se fosser distrutte, oh! non mancheranno mascalzoni di villani che, per servire, e se voglion [pg!73] mangiare, torneranno di nuovo a sementarci le terre; e allora le capanne, non dubitare, le vedrai presto rifabbricate.
La prepotenza feudale si rivelava tutta in queste parole, come in quel titolo di villani dato a quel modo a que' poveri agricoltori. La inferiorità del contadino nelle gradazioni della società, non era allora che al terzo stadio per giungere allo stato di uomo libero. Prima schiavo, poi servo alla gleba, infine villano; lo che voleva dire libero, è vero, rimpetto alla legge e uguale al cittadino; ma moralmente inferiore e servo. E se ancora degli agricoltori in qualche provincia d'Italia in questa condizione se n'abbiano a deplorare, il lettore ne giudichi.