Di ciò seppe male al Fortebracci. Quel suo spirito inquieto e divorato da prepotente passione e da gelosia, aveva bisogno d'erompere. S'aggirò tutto il giorno per la città, solo col suo pensiero, non udendo e vedendo, in mezzo a un andare e un venire di popolo: qua di milizie a portar sopra carri nuovi attrezzi di guerra; là a schierarsi per le piazze sotto le armi, e addestrarsi agli ordini de' capitani.

Allorquando, senz'avere una direzione, si trovò quasi istintivamente di faccia alla porta di casa sua, e faceva atto di entrarvi. Se non che lo fermava uno sconosciuto, che diceva venire appunto in traccia di lui.

—Chi siete voi? Che volete da me? aspramente gli dimandò.

—Messer Fortebracci, io vengo a nome del vostro zio, esule a Prato, per favellarvi.

—Entrate allora.—Ed aperta la porta si avviò con lui nelle sue stanze.

Quivi giunti, l'incognito così prese a dirgli:

—Voi già sapete che un formidabile assedio è per esser posto a questa città.

—Lo so.

—I cittadini nulla hanno fatto per rimuovere da sè così grave sciagura.

—E mal s'abbia chi se la volle!