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[CAPITOLO VII.]

LA REPULSA E I FUORUSCITI.

«E se credessi Turco diventare,

Passar lo mare e andare in Turchia,

Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,

E la vo' rinnegar la fede mia.

Cosa diranno la gente di me?

Ho rinnegato la fede per te!»

—— Canti popolari toscani.

Ricorderà il lettore che alla festa del primo maggio che descrivemmo, comparve sulla gran piazza un astrologo. L'incognito or presentatosi al Fortebracci era costui. Un certo Nuto fiorentino, della parte Guelfa la più accanita, che non appena seppe alcuni forusciti pistoiesi esser a Prato, andò a profferirsi a' loro servigi. Egli era un di que' tali che hanno natura di faccendieri, sanno coprirsi di mille vesti, e far mille parti per servire alla propria; ma a patto però che non manchi loro un grosso guadagno; altrimenti non sarebbe difficile che, per uno più pingue, si dessero alla parte contraria. Gli esuli, e i Fiorentini che volevan sapere quali si fossero gli umori in Pistoia e altrove, e' non guardavano a spendere di bravi fiorini d'oro. In fatti per costui, ben pagato da essi, era un andirivieni di giorno e di notte fra Pistoia, Prato e Firenze. Scampatala per fortuna, come vedemmo, alla prima missione, era tornato a tentar la seconda, [pg!78] e questa volta quasi a posta sicura. Ma or più che mai doveva apparirvi con cautela, avendo i rettori della città dato ordini severissimi su qualunque persona che volesse introdurvisi.

Intanto il Fortebracci, scosso e agitato maggiormente da quest'incontro, se n'uscì tutto solo per veder di distrarsi. Ma quasi ad ogni passo gli ritornavano a gola quelle parole riferitegli dall'incognito, e allora mormorava fra sè:—«Ah sì? Mi sbertano? Mi deridono?»—Troppo acerba puntura era stata quella per lui; che penetrata nel fondo di quel cuore superbo, allora sì che lo fece più risoluto di compiere un suo disegno.

Era sull'imbrunire, quand'egli avviavasi alla piazzetta di S. Biagio, e presso il giardino de' Vergiolesi. Prezzolato di già un vil servo di questa casa, e' gli avea riferito che da qualche giorno un lieve incomodo di salute costringeva la consorte di messer Lippo a starsene in letto. Non impediva però che Selvaggia ogni sera non scendesse nel suo giardinetto. Or come Nello aveva detto a costui che ad ogni costo voleva parlarle, cotesto giorno ebbe avviso da questo furfante, che gli avrebbe lasciata socchiusa la porticella di strada che metteva nel giardino. Giunta l'ora consueta, Selvaggia era già scesa fra quelle aiole a rivedere i suoi fiori. Ella era sola; perchè la Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, doveva rimanersi presso a sua madre.

Quand'ecco l'audace, colto il momento che da nissuno era visto, spinge la porta, entra, e richiude. Volge un guardo d'intorno siccome un lampo, ma... la donzella non v'è!—Dove mai? m'avrebb'egli ingannato?—

Titubante e guardingo, incerto se retrocede... poi si sovviene della cappella.—Sarebb'ella colà?—E già vi si volge e vi pone il piede; e vi mira infatti, senza essere ancor veduto nè udito, quella cara fanciulla genuflessa dinanzi all'altare, e inclinato il capo sull'inginocchiatoio, supplichevole certo allora per la salute della sua buona madre.

—Selvaggia!—appressatosi, con voce convulsa ei le dice—Selvaggia, pietà, pietà di me! Io vi amo, io vi adoro!