—Sì, pur troppo!

—Or bene; io era per partire per la Terra di Prato, dove egli mi chiama fra i vostri per questa notte. Piacevi di recarvi da questi altri scomunicati di Pratesi (poichè nel lasciarli volle far loro questa pietosa carezza il conterraneo loro il cardinal Niccolò!) e colà volete voi rivedere il parente; e più che a me, che potrei parer sospetto, affidarvi non altro che a' suoi consigli?

—Mi piace.

E il Cancellieri:—Il mio cavallo alla porta con quel di messere!—A' suoi ordini fulminanti gli scherani ed i servi nell'obbedire tremavano tutti. Ma il Fortebracci grondava sudore. Un altro ordine: e un'anfora di vin generoso era stata apprestata. La bevvero ambedue; e d'un salto in arcioni, cavalcarono verso Prato.

La notte era alta. Miriadi di lucide stelle ingemmavano il cielo. Se quelli spiriti non fossero stati sì fieri e sconvolti, al solo mirarle avrebber dovuto piegarsi a più miti consigli. Ma troppo omai ottenebrati da sì basse passioni, non valevano a sollevarsi alle meraviglie del firmamento.

Eravi in Prato una potente famiglia, quella del capitano Filippo e di Leuccio de' Guazzalotri, cui come di parte Nera, facevan capo vari fuorusciti pistoiesi, che in quella Terra eran venuti a confine. Quella notte di cotesti s'eran raccolti in sua casa, Loste Fortebracci, Arrigo Tedici, Rustichello [pg!82] Cancellieri, Masino Visconti, Braccino Braccioforte, Giovanni Forteguerri e Alberto Panciatichi. Mancava solo fra i convocati messer Baschiera di Rinieri de' Rossi: che dopo le ultime violenze del 1302 contro a' Neri che in Pistoia gli abbatterono e gl'incendiaron le case, se n'era ito in bando a Firenze. E che, non vi fosse, sapeva male a costoro; perchè gli era uno de' magnati della città, e traeva con sè gran consorteria e gente d'arme anco dalle campagne. Egli poi dal quale attendevano di Firenze rivelazioni di gran rilievo!

Appena che Nello entrò nella sala, i congiurati fecero atto di gran meraviglia. Lo zio di lui, che a questo nipote, sebbene di parte avversa, aveva sempre portato affetto, come appena lo vide gli corse incontro, e per alcun poco rimasero abbracciati senza parlare.

Ma ruppe il silenzio messer Simone dicendo agli astanti:—Sì, Nello de' Fortebracci io vi presento, o messeri! Nè voi, nè la nobile casa de' Guazzalotri dovrà vergognarsene, spero!—E in questo il superbo caporale de' Neri, fitto un acuto sguardo sul Fortebracci quasi a scrutarne il pensiero, e a' cui detti, come a richiamo distaccatosi da Loste ei sforzavasi d'annuire, del nuovo suo partigiano parea mostrarsi orgoglioso.

Lo richiedevano allora i Guazzalotri e gli altri tutti, di che animo si fossero i Bianchi a Pistoia, e che apprestamenti a difesa volesser tentare. Essi poi giustificavan l'assedio dinanzi a lui come una necessità, per isnidare una volta dalla terra natale un partito avverso, dicevano, non già a loro (s'intende!) ma al pubblico bene, e a Santa Chiesa, della quale Pistoia come Firenze doveva gloriarsi di tornarsene in protezione.

—Chi si sarebbe fidato—entrava a dire il Cancellieri con piglio arrogante—di quel cardinal Niccolò, nell'arte di governo astutissimo, che faceva le finte d'esser per la pace fra noi, e nel fatto era poi Ghibellino? Senza l'assedio, pacificati i Neri, la razza de' Ghibellini terrebbe sempre Pistoia, perchè il degli Uberti ne è signore: e in questo modo noi delle più potenti famiglie, dopo tanti sacrifizi per essa, resteremmo fuori e delusi.