—Sibbene—risposero i Fortebracci,—e presto n'avrete la sua risposta.

Nello intanto non volle lasciarli senza chieder loro se i fuorusciti armata mano si sarebbero avvicinati a Pistoia. Rinegata omai la propria parte, sentiva il bisogno d'esser ad ogni evento tutelato dall'altra: tanto più che covava in seno tante vendette. Essi però l'accertarono che non solo gli sarebber venuti in soccorso, ma che avevan disposto segnali e modi per avvicinarsi ed intendersi. Giunti poi al potere, dell'opera sua, stesse certo, avrebbe avuto il guiderdone condegno.

La mattina seguente i due Fortebracci a sole alto cavalcavano già per le vie di Firenze. Lasciati dietro a sè i forti castelli di Brozzi, di Peretola e di S. Donnino, v'entravan per la porta detta della Carraia del secondo cerchio, chè solo da pochi anni costruivasi il terzo; e pel borgo antico di Parione si avviavan nel centro. Non passavano allora per mezzo ad alti palagi nè a pubblici edifizi maravigliosi, che pochi anni dopo dovean rendere Firenze fra le città italiane, per isfoggio di arti belle, singolare da tutte. Non cupole ancora, non templi pregiati per opere architettoniche; ma brune altissime torri sorgevano intorno alle mura, e sulle case de' grandi. I più de' quali però le avevano in anguste vie, e umili e semplici tanto, che alle finestre molte ancora serbavano le impannate. Ma cotesti cittadini di nobili e di grandi [pg!85] avevan nome, non già da un palazzo più elevato e sfarzoso, ma dalle patrie virtù e dalle molte ricchezze, che procacciavano a sè ed al popolo coi commerci e l'industrie d'ogni maniera. In mezzo alle civili discordie, sicchè molti eran morti o banditi, e il Comune troppo spesso de' suoi migliori s'assottigliava, pareva che la virtù e il genio de' pochi superstiti ogni dì più si afforzasse a dar prove d'affetto alla patria, tali da trovarsi in questo concordi e unanimi a farla ricca, forte e gloriosa. Le arti e le industrie vi s'eran costituite in altrettante corporazioni con propri statuti e comuni legami, e cui le leggi accordavano privilegi speciali, perchè altri non si vantaggiasse di ciò che la pratica e il genio de' suoi cultori sapeva inventare.

Questi ordinamenti, opposti del tutto alle libertà delle odierne nazioni, erano per quei tempi i più appropriati; non potendo l'individuo isolato esser protetto da que' governi troppo piccoli ed imperfetti, e solo nelle corporazioni trovando quella forza e quell'incremento di che abbisognavano. Oltre che il lavoro fu elevato per esse a tal grado di nobiltà, che mentre nei mercati esteri fruttava loro grandi ricchezze, nell'interno poi a ciascun cittadino apriva l'adito a' pubblici impieghi.

A convincersi di tanta operosità bastava percorrere certe vie di Firenze, come per Por Santa Maria, per Vacchereccia, per Calimala, per Or' S. Michele, e udirvi un fragore continuo d'officine: dove le molte arti, che diedero fino il nome alle dette vie, in ispecie quelle della lana e della seta, tenevano occupate migliaia d'artieri; i cui tessuti a comprare ne' giorni di fiera, e in quello di San Martino, venivan mercanti d'ogni parte d'Europa. Di soli tessuti di lana e di tintorie si noveravano in questo tempo da dugento botteghe, che impannavano ogni anno da settanta in ottantamila pezze di panni lani pel valore di un milione e dugentomila fiorini d'oro, dando lavoro e sussistenza a più di trentamila persone.

Non è però meraviglia se in tanta prosperità di commerci, d'industrie, e di banche (sui primi del secolo XIV circa ottanta) che prestavano a principi, e già davano idea di prestiti dello Stato, come fra le altre le banche ricchissime degli [pg!86] Scali, de' Peruzzi e de' Bardi; se infine fra tanta grandezza di vita politica; in breve per opera del Comune, degli artieri e de' ricchi privati, si vedessero sorgere monumenti i più portentosi.

A porre in comunicazione i cittadini d'oltr'Arno esistevano già vari ponti, dal primo presso la porta della Carraia nel decorso anno distrutto, e che adesso l'architetto Giovanni da Campi ricostruiva: ed eran gli altri, di Santa Trinita, del Pontevecchio, e l'ultimo di Rubaconte, che con più fausto e caro nome s'appella or delle Grazie. Era allora che Arnolfo aveva gittato le fondamenta di Santa Maria del Fiore, che poi il Brunellesco doveva abbellir della Cupola: e sorgevano quasi a un tempo quelle del palazzo della Signoria e del tempio di Santa Croce: e per opera di tali architetti, il cui nome durerà celebrato quanto quei monumenti! E questi, come poi la torre di Santa Maria del Fiore; la torre e la chiesa d'Or' San Michele col disegno di Giotto; e quella di Santo Spirito e di San Lorenzo dove risplende il genio del Brunellesco; mentre rimangono ad attestare quale e quanto fosse il valor di coloro che gli idearono, appalesano per egual modo il pensiero religioso e la grandezza del popolo che li commetteva. Tale apparve allora Firenze, cuna di libertà, delle arti belle e industriali, e della letteratura nazionale; denominata a ragione la nobil figlia di Roma, e che fin da quel tempo opinavasi dovesse raccogliere la eredità di sua madre e vincerne lo splendore.

Nondimeno la caduta, nell'anno decorso, del ponte alla Carraia, e l'incendio doloso dei Guelfi di parte Nera, per mano di Neri Abati, sicchè dal Duomo a Or' San Michele e di seguito fino al Pontevecchio, circa a 1700 case e fra queste molte officine e mercanzie furon distrutte, allo sguardo de' nostri viaggiatori facevano apparir la città in un manifesto squallore. Se non che i Fiorentini per quanto molto danno n'avesser patito, animati adesso da un solo pensiero, e giunto l'aiuto delle straniere milizie, non pensarono più che ad allestire le proprie, per trarne su i Bianchi la bramata vendetta. Basti dire che per raccoglier soldati (narra lo Stefani nelle Storie fiorentine) fecero iscrivere i Guelfi dai 15 ai 70 [pg!87] anni, tanto magnati che popolani, della città e del distretto e li provvidero d'armi e di soldo. La città aveva allora più di dugentomila abitanti, e poteva contare sopra oltre trentamila cittadini atti alle armi. E infatti i cavalieri pistoiesi traversando le vie e le piazze non vedevano che militi andare e tornar dal campo di fuor delle mura dov'era il duca di Calabria allora arrivato. Presso del quale, come insignito del supremo comando, tutti i cittadini assoldavansi e si addestravano al maneggio delle armi: e quali al corso, quali altri al tiro della balestra, all'uso della lancia, e in simili altre esercitazioni. Ma qual differenza di propositi in quelli apprestamenti guerreschi, da città a città, e in sì breve distanza! Udivano anche i Fortebracci suonare a distesa quella grossa campana che a Firenze chiamavasi la Martinella, per avvertire i cittadini di apparecchiarsi alle armi. E a che altro tante schiere d'armigeri se non per irrompere sopra Pistoia? Eppure a questo spettacolo che, per carità del loco natio, avrebbe dovuto di subito destare in essi un fremito e uno sgomento, i due cavalieri non si commossero! Tanto furore di parti ottenebrava quelli animi!

Nello infatti di null'altro si era occupato per via che di trasfondere nel parente il proprio rancore. Gli faceva sentir tutta l'onta riversatasi sulla famiglia per la repulsa della mano della Vergiolesi, e conchiudeva doverlo aiutare ad averne vendetta; non foss'altro, diceva, per essere stato a lui preferito un Sinibuldi, consanguineo di coloro che s'erano macchiati del sangue del fratel suo.

Frattanto, secondo le avute ingiunzioni scavalcarono al palagio de' Frescobaldi a capo del ponte S. Trinita oltr'Arno; perchè costoro in Firenze eran caporali di parte Nera, tanto che avevan ospitato li stessi baroni del Valois. Conferirono brevemente col principale di essi; che, confortatili di grandi speranze, li volle accompagnare fino alla casa di messer Baschiera de' Rossi.