—Importa che nell'uscir di città si faccian tacere i tamburi e le trombe, e che si vada riservati e guardinghi, e secondo le nuove degli esploratori. La fazione è tra vie boschive, e dev'essere di sorpresa. Del resto la natura del terreno la conoscete, e il valor non vi manca.
E stringendogli la mano,
—Andate—gli disse—affrettatevi. In breve vi sarò presso. Capitan Vergiolesi, la buona fortuna vi assista!
E in quell'istante i loro sguardi s'incontrarono insieme con compiacenza com'a dire che s'erano intesi.
Era un atto di fiducia che i due prodi a vicenda si ricambiavano.
Se le previsioni del degli Uberti fossero quanto mai avvedute, basterà di sapere che Roberto duca di Calabria, il figlio e l'erede presuntivo di Carlo II re di Napoli, eletto da' Fiorentini a capitan generale di questa guerra, da qualche giorno [pg!93] accampato presso le mura di Firenze, in quella prim'ora date le insegne, cavalcava co' suoi baroni alla testa di grosse schiere; tra fiorentine, benchè non tutte, e quelle de' suoi trecento cavalieri aragonesi e catalani: poi con molto numero di fanteria Almogavara, così detta da certi dardi che usavano, in loro lingua appellati mugaveri. Queste truppe spagnole, un misto di mori e di cristiani, non diverse da quelle passate in Grecia col tedesco Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federigo di Sicilia, e si recavano al soldo d'ogni principe o Stato che avesse d'uopo di loro. Cominciavano fin d'allora a formarsi in Italia queste mercenarie milizie. Detestabili sempre, chiamate da principi o da repubbliche, e funeste alla patria come stromenti di dispotismo, e come quelle che impedirono il libero ordinamento di nazionali milizie. Ma più abominevoli se (come fino a' dì nostri dovemmo vederle) uscite di popolo libero e indipendente, non vergognarono di vendere il braccio loro per tenere astretti altri popoli in catena di servitù.
Le milizie de' Fiorentini dovevan rafforzarsi di tutte le altre della lega guelfa; fra le quali di quelle di Siena, di Lucca, di Volterra, di Città di Castello, di S. Gemignano e di Prato. Ma sul partir di Firenze non aveanvi per allora che le fiorentine e quelle del duca: tanta era la bramosia di quel Comune (morto il papa) di non lasciarsi sfuggir l'occasione di por l'assedio a Pistoia! Quelle della lega dovevan venire ad un tempo. Quelle di Lucca, invece, co' Fiorentini. Ma i Lucchesi, o non fossero ancor preparati, o tardi giungesse loro l'avviso; il duca senza più attenderli aveva già traversata la terra di Prato, laddove seppe che ancora non eran per moversi. Questa notizia che simultanea poterono averla anche i Pistoiesi, li rinfrancò, non avendo quel giorno a temere aggressioni per parte loro nel lasciar la città. A vigilare poi i passi de' nemici e referirne, da qualunque parte li vedessero avvicinare, il degli Uberti fece tener quattro scolte in vedetta ai merli dell'antica altissima torre della Cattedrale; già fortilizio isolato da essa, e dipendente dal capitano del popolo: sol di quel tempo ridotto a modo di campanile con aguglia e con tre ordini di colonne.
[pg!94] Era circa il mezzo del dì che il duca si era già avanzato a circa due miglia da Pistoia lungo la via del Montale; quando si vide sopraffatto da un buon numero di cavalieri pistoiesi con alla testa il capitano messer Fredi. Aggiungi molti fanti sbucati da' boschi che in allora fiancheggiavan la via, serrati in schiere, e misti a quelli guidati dal degli Uberti; tutti insieme fecero a un tempo tanto impeto sul nemico, che lo costrinsero a retrocedere. I cavalieri aragonesi che erano innanzi, mal pratici e incerti per lo stretto e scabroso sentiero, cedevano di subito a' feritori pistoiesi, che, svelti e arrischiati e forti nell'armi, come li chiama Dino Compagni, si battevano con molt'arte e valore. Indarno i Fiorentini, rinfuocati dalla vendetta e dal fiero proposito di conquista, incitavano li Spagnuoli dell'antiguardo a dar nuovo assalto e resistere. Ai dardi che lor saettavano d'ogni parte i detti fanti, in specie i bravi frombolieri Larcianesi, s'aggiungeva la gente del contado. La quale piombata loro sui fianchi, a torme a torme dietro il riparo dei boschi molestava cavalieri e pedoni; armata com'era di lunghe falci, e di rozzi archi ma di certa saetta che li colpiva al sicuro. Tanto che cotesti Spagnuoli atterriti e poco o nulla premendo loro l'onor delle pugne; lo che era da attendere da quella lor poltronaggine meridionale, e da soldataglie compre da un duce venduto, su i passi vergognosi della fuga col duca stesso tanto retrocedettero senz'arrestarsi, finchè non furono entro alle mura di Prato. Qui allora i rimprocci più acerbi de' capitani fiorentini al duca Roberto, e degli esuli soprattutto, che non avrebbero mai immaginato cotal resistenza de' Pistoiesi fuor delle mura.
Dall'altro lato il ritorno a Pistoia di loro schiere pensiamo con qual trepidazione era atteso!
Solamente i vecchi, preti e frati, fanciulli e donne, si può dire che con poche guardie e gli anziani o priori del Comune eran rimasti dentro le mura. Chiuse affatto le officine degli artieri, e i fondachi dei mercatanti, la città era muta e deserta. Là su quella piazza maggiore sul far della sera chi può ridir lo sgomento! Cotesta gente, come presa dalla paura, erasi tutta raccolta insieme colà.