—Anch'io son con voi, cari amici, se intendete parlare della città. No, per tutti i diavoli, che così non va bene! E per ora non siamo a niente! fra poco ce ne avvedremo! Ma stolto ben chi ci resta!

Con queste parole cercava di amicarsi costoro per servire a' suoi fini quel briccone di Nuto, l'infinto astrologo e alchimista, che oggi era in vesta di popolano.

Intanto altri operai, con in capo berretti di lana e senza [pg!103] mantelli, si sfilavano per quella lunga taverna, e prendevan posto su i pancali vicino ad essi, depositando su quelle tavole la parte del vitto che lor passava il Comune, per beverci su. Nuto anch'egli aveva fatto venir del vino per bever con loro. E com'ebbe trovato in que' primi ben disposto il terreno, accostatosi, cominciò in questo modo a seminare zizzania.

—Sicuro! si fa presto a dir «si resiste!» Ma di fare alle capate col muro non l'ho mai intesa io! E poi per chi? Noi poveri popolani sempre per favorire ai capricci e all'arroganza de' nobili! Forse Dio che ci contan qualche cosa, questi magnati! O noi, tutti per loro per la vita e per la morte, o essi contro di noi! Star sull'arme, e uccidere a conto loro, e dove fan cenno: che il popol ci crepi, che importa?

E Musone aggiungeva:

—E la cagione po' poi? Per sodisfare a' rancori d'un Bianco o d'un Nero!

—Senza pensare—continuava un artigiano di buona fede—se noi povera gente, dimane avrem tanto da mangiare con le nostre fatiche d'industrie e d'arti; quando per queste maladette guerre e' non c'è più un lavoro per le maestranze e ci han troncato affatto le braccia! Intanto i Fiorentini non ci mandan più un fil di seta da tessere!

E un altro soggiungeva.

—O di lana? Dalle campagne non se ne può più introdurre; sicchè alle povere nostre donne non resterà che far delle fasce pe' feriti e gli occhi da piangere!

—Siamo stati forse noi che abitiamo in povere catapecchie—soggiunse un del contado—che ci siamo ingelositi de' lor palagi; e per crescer grandigie e far prepotenze abbiam messo a rumore e a sangue la città? A noi premevano le nostre semente, e ora quel po' di grano. E io che sto qui vicino alle mura, là per que' campi me lo vedo strepilare, bello alto che era, sicchè sul terreno alla fatta fine non ci resterà un fil d'erba! Poi, vedersi buttar giù alberi che eran ritti da anni domini; tronche le viti; scioncati per [pg!104] ispregio tutti i frutti che avevano allegato sì bene!... Oh che danni, genti mie! che carestia mi prevedo!