—Pur troppo!—un artigiano—tutto il male è d'in alto! Panciatichi e Cancellieri, si sa! E cotesti potenti a provocar poi il più forte, vo' dire i Fiorentini, che volere o non volere, protetti dal papa, e' sono a capo di una gran lega di gente! E per questo? O che passi hanno fatto, vorre' sapere, per metter pace col nostro Comune? M'è parso invece che gli abbian voluti sfidare: e a che guerra!... misericordia! guerra che noi miserabili, rinchiusi fra queste mura, finiremo con esser sepolti fra le rovine, se non prima cascati morti di fame!

E Nuto:—Dice bene! verissimo!

—Adagio un po'—un altro operaio.—Intanto nel primo assalto ci riuscì a respingerli, que' prepotenti.

E Nuto:—Ma non sai che allora non erano appena una quarta parte, e che ora ci brulicano intorno, e sono infiniti quanto le cavallette? Ma ditemi un po': perchè adesso che l'onor dell'armi si può dir sodisfatto, non si cede di buon accordo!

—Eh!—alcuni scotendo il capo—la non sarebbe cattiva proposta!

Ma a questo punto si levò su un ubriacone sbracciando, e vuotando intanto un boccale.—No, no, pel nostro baron S. Iacopo! Io son per resistere, e per dare a più non posso. E tu Lapo, e tu Cione?—Ed essi pure avvinazzati e con un calore fittizio percotendo il pugno sopra la tavola:—Anch'io, anch'io, per resistere! Botte da ciechi, senza misericordia! Da vili non bisogna passare noi! no, no, pel nostro barone!—E intanto incalzando nell'argomento, gestendo e sbociando, si alzavano per ritornar sul lavoro.

Non appena la taverna fu sgombra di quella gente, che Nuto s'accostò a Musone, cui aveva fatto cenno di voler parlare, e a mezza voce gli disse:

—Siete dunque del parer mio?

E l'altro, fittigli prima addosso un par d'occhi com'a dir «con chi parlo?» dopo un attimo gli replicò risoluto:

—Sicuramente!