—Ci siamo intesi!

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[CAPITOLO IX.]

IL CASTEL DI DAMIATA.

«Molto erano li Pistolesi e dagli amici e da' nemici perseguitati, tanto che non poteano sofferire.»

—— Istorie pistolesi.

È comune dettato che quando vuol far tempesta, gli uccelli di malaugurio non mancano. Sinistro infatti era il ritorno di quel Nuto in Pistoia sul cominciar dell'assedio. Non senza un perchè da astrologo che v'appariva, si era infinto di nuovo della persona, senza barba, col saio e il cappuccio del popolano. Abboccatosi notte tempo col Fortebracci, lo aveva trovato disposto non solo a ciò che l'altra volta gli proponeva, ma di parte Nera decisa, e bramoso non d'altro che di vendette. Per quanto costui si fosse mostrato piuttosto tepido e anche indifferente all'opinion generale, contrariando, prima per poco affetto di patria, poi per quello spirito d'opposizione propria di quei tempi e di que' cittadini, e che suol mostrarsi più ostinata quanto più ingiusta; nessuno però fin allora avrebbe supposto in esso tanta perfidia: sicchè impunemente se n'era tornato in città; e facendo anzi le finte di esser sempre co' Bianchi, più facilmente tramava a corrompere. Per togliere ogni sospetto, nel primo assalto si chiuse in casa e si die' per malato. Decorso qualche giorno, fattosi veder per le vie, si doleva con tutti che per questa cagione fosse stato impedito di prender parte alla comune difesa. [pg!107] Tant'è vero che anche i più tristi qualche scusa la pongono sempre innanzi, non foss'altro pel timore che la propria reità si discopra.

Questa giustificazione la evitava soltanto con messer Fredi; il quale, ancorchè il Fortebracci gli passasse davanti, non lo guardava neppur per ombra. Talvolta chi sente la propria dignità par che tema lo sguardo del suo nemico, ma per vero è tutt'altro. Gli è perchè si vergogna per lui, e vorrebbe pur risparmiargli nuovi atti d'una vile impudenza. Tale era il nobile animo di messer Fredi. Oltrechè il Fortebracci non solo ora voleva parere indifferente, ma faceva ogni sforzo per sembrare operoso in pro della patria. A tale oggetto si era fatto eleggere capo delle scolte notturne che perlustravan le vie, per potere, l'iniquo, col favor della notte compir più sicuro i suoi disegni nefandi. Ma v'era bisogno di complici, nè gli bastava il solo Nuto, col quale già aveva ordita una certa trama. Vi voleva anche un altro che al par di costui fosse destro, audace e bravaccio: e Nuto andatone in cerca fra'l popolo, gliel'aveva procacciato in quel Musone della Moscacchia.

Le volpi intanto cotesta sera nella casa del Fortebracci eran venute a consiglio. Un toccamano di buoni fiorini d'oro aveva fatto promettere a Musone qualunque impresa la più arrischiata. Uso ai contrabbandi sul confine del Bolognese presso Sambuca, dove rimane il villaggio della Moscacchia e d'ond'era uscito, egli era uomo da questo e altro. Venendo adesso a Pistoia, aveva avuto per pretesto il lavoro, ma il fine era quello di pescare nel torbido fra un'agglomerazione di gente come doveva esserci, e così tentar la fortuna con grossi guadagni e non men vergognosi. Però all'invito di Nuto gli cadde proprio la palla al balzo. Nè egli a lui era per far miglior giuoco. Perchè Nuto attesolo prima da solo, come gli ebbe svelato l'impresa da compiersi in quella sera; dal suo consenso e da certi ripieghi ch'ei gli propose, s'accorse subito che razza di birbo era quello, e che un più destro scherano non gli potea capitare. Allora ei lo condusse nelle stanze del Fortebracci; glie lo presentò e gli disse:—Messere, questi è l'uomo in cui possiamo [pg!108] fidare! Egli promette di esser testimone e di tenere il segreto quanto al capitano; e in tutto e per tutto di secondarci!

E il Fortebracci a Musone con piglio imperioso:—Bada bene!—gli disse,—parlando giocheresti di tutti!

Cui l'altro:—Oh! fidatevi pure, chè di queste partite non ne ho mai perse.