—Dunque andiamo.
E toltosi Nuto una lanterna cieca, e tutti e tre uno stile; il Fortebracci dalla porta maggiore, gli altri due dalla stessa segreta per la quale v'entrarono, eran già sulla via.
La notte era buia. Non ancora una lampada ai tabernacoli, non una stella nel cielo. Certi nuvoloni neri s'addensavano anzi per l'aria e pareva che proprio si caricassero sulla città. Non v'asolava un alito di vento. Benchè sui primi di giugno, faceva un'afa insolita ed affannosa. Tratto tratto quell'aria nera si vedeva rosseggiare per subiti lampi, e tutto dava presagio d'un gran temporale.
In breve Nuto e Musone eran giunti presso il castel di Damiata.
Dov'era egli questo castello? A chi apparteneva? Perchè vi venivano?
In quella parte della città fra mezzodì e levante, presso al primo cerchio di mura e segnatamente in tutto quel ceppo di case che si vedono ancora e finiscono al canto detto già di S. Luca, volgente per alla chiesa di S. Pietro (e dove presso era una postierla di questo nome) sorse già un tempo il castel di Damiata. Vuolsi che come baluardo della città lo fabbricasse il Comune, e che così lo appellasse a perpetuare la memoria del valore de' Pistoiesi quando insieme ai Fiorentini, cavalieri pietosi e magnanimi, si recarono al soccorso di Terra Santa. Massime poi pel conquisto che l'anno 1188, e secondo altri 1192, fecero in Egitto della città di Damiata; sicchè reduci in patria, appesero uno stendardo vermiglio tolto colà, nel tempio di S. Giovanni a Firenze. Egli è certo che nel 1221 quando già era sorto il secondo cerchio, l'acquistò Amadore de' Cancellieri, insieme alle sue tre torri fra la chiesa di S. Luca e la Badia di S. Stefano, [pg!109] l'antico ospizio de' Vallombrosani di Taona; e che quattr'anni innanzi di questo tempo era sempre un valido fortilizio dentro città, e spettava alla casata de' Cancellieri, e però al signore del Castel del Pantano. Nè è da confondere col palazzo magnifico che sorse già e si estendeva su tutto quel bastione rimpetto e fino alla piazzetta di S. Leone, esso pure dei Cancellieri. Ma la sorte del fortilizio di Damiata, che era dei Neri, tocco' poi molto dopo a questo dei Bianchi, egualmente incendiato e demolito: lo che fu nel 1592, per opra della fazione Panciatica che parteggiava pe' Medici. Quel di Damiata fu diroccato per ferro e per fuoco nel 1302 quando per la violenta riforma la parte Nera ne fu cacciata; tanto che ricorre quel di Dante:
«Pistoia in pria di Neri si dimagra»
e delle sue torri e del gran fabbricato non restò allora che un ammasso di macerie. Messer Simone, confinato omai al Pantano, vi lasciò solo una guardia per le poche stanze che nell'interno v'eran rimaste. Si scendeva da quelle in ampi sotterranei dove la luce diurna non era mai penetrata.
In una piccola città come questa, e ora poi fra l'andirivieni di tanta gente, non poteavi essere un luogo più adatto e sicuro per una congiura. A tal'uopo infatti cotesta sera era stato prescelto. Quell'ampio spazio dove molte pietre stavano ammonticchiate, dopo la rovina del castello era stato circondato da un muro a secco che finiva con un cancello fra due torri semidirute dal lato di mezzodì.
A questo cancello eran già arrivati Nuto e Musone. La guardia che li attendeva, prevenuta dal suo signore (da cui bisogna dire che si partivan le fila di questa trama), com'appena dagli avuti segnali li riconobbe, aperse loro, richiuse, e precedendoli silenzioso, l'introdusse nel sotterraneo. Laggiù appena discesi, la guardia battè la pietra focaia, e v'accese un'ampia lanterna che pendeva dalla volta. Dalla quale riverberando la luce sopra una tavola che era in mezzo, vi scorsero da un lato alcune anfore di terra cotta e boccali, dall'altro un fascio di spade e di stili.