—Beviamo dunque anco una volta—ripetè il Fortebracci di già pago in cor suo:—Alla salute del mio degno parente!—E bevuto, e strettogli la mano:—Messeri, soggiunse, ora è tempo d'uscire: io primo.
[pg!113] —Andiam pure—gli disse Nuto all'orecchio—l'arco è teso, e l'uomo è preso!—E voi dietro a me: uno però alla volta, e cauti e silenziosi.
E così fu fatto.
Il Di-Fede aveva percorso rapidamente la via senza intoppo veruno, e già era per entrare nella propria casa, allorchè sul limitare vi trovò uno scudiere del capitan Vergiolesi, che recavagli ordine dovesse subito presentarsi a lui.
A quest'avviso, e appunto allora, rimase turbato oltremodo. Ma poi cercando di nascondersi, come suol fare chi teme che lo colgano in fallo, e chi sente il bisogno di simulare un coraggio che non ha mai avuto; con affettata vivacità:—Verrò subito, oh! verrò, verrò!—rispose. E unitosi allo scudiere, in breve era alla casa, e in presenza del capitano.
Il quale con modo austero, come soleva, gli disse:
—Dimattina all'alba dovrò consegnarvi la custodia della porta di Ripalta. Molti più militi che altrove lungo le mura vi staranno schierati, e sotto strenui connestabili e centurioni; pronti a irrompere, a' vostri cenni su dal torrione, se occorra. Però lo vedete! grave obbligo vi corre qui.
E mentre guardavalo con attenzione:—Che avete mai, capitano, che mi fate occhi sì stralunati?
—Oh! niente, niente—quasi tremando rispose.—Parmi che il continuo lampeggiare nel venir qua m'abbia un poco abbarbagliata la vista.
Oh! sta, che un milite s'abbia a impaurir d'un baleno! E sì che a forti prove sarete serbato con la guardia di questa porta! Non ho bisogno di dirvi che il maggior numero de' nemici s'è raccolto da questo lato: che vi stringe debito severissimo di vigilare su tutti i militi di servizio e sulle scolte sia in basso che in alto; che io voglio ad ogni ora rapporti sicuri de' movimenti del campo: e così della fede vostra della quale spero non dovrò mai dubitare!